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"Terzo settore: il confronto sulla riforma" - dal blog iDemLab
25 agosto 2015

 

Dal blog della Fondazione iDemLab, il contributo scritto dall'on. Lenzi sulla riforma del terzo settore:

http://www.idemlab.org/riforma-terzo-settore-il-confronto-sulla-riforma/

 

L’Istat ha censito 300.191 organizzazioni no profit, un numero elevatissimo. Per due terzi si occupano di cultura o di sport e sono piccole (sotto i 30.000 euro annui di bilancio), ci sono però anche vere grandi realtà imprenditoriali sopra i cinquecentomila euro (sono circa 13.000).

Nel complesso il settore ha quasi un milione di addetti, per il 64% impiegato nei settori dell’istruzione e dell’assistenza e può contare sull’apporto di 4 milioni 700 mila volontari. È un settore in crescita: rispetto al 2001 le organizzazioni non profit sono il 28 per cento in più e negli anni di crisi i dipendenti sono aumentati del 39 per cento e i volontari del 43 per cento. All’interno del terzo settore ci sono molteplici tipologie di associazioni: volontariato, associazionismo, ONG, fondazioni di vario tipo, comitati, cooperative sociali, imprese sociali e altro ancora. Se consideriamo l’aspetto fiscale si distinguono “enti non commerciali” e “onlus”. Si può appartenere a più categorie contemporaneamente ad esempio essere una aps (associazione di promozione sociale) e contemporaneamente una onlus e una impresa sociale. Già solo questa spiegazione da conto del bisogno di una riforma organica!

Nel marzo del 2014 il Governo ha presentato e sottoposto a consultazioni on line le “ linee per la riforma del terzo settore “ ne ha raccolto i suggerimenti e ha presentato la proposta di legge “ Delega al Governo per la riforma del terzo settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del servizio civile universale”. Su questo testo la Camera ha avviato una lunga discussione con oltre cinquanta soggetti auditi e un confronto parlamentare sui più di 400 emendamenti presentati. Il testo, di cui ero la relatrice, e’ stato modificato ma ha confermato l’obiettivo iniziale di dare identità, ruolo, spazio, vantaggi a questo settore semplificando le normative ma selezionando i soggetti meritevoli.

Mi spiego meglio. Dobbiamo distinguere tra la libertà di associarsi garantita dall’art. 2 della Costituzione e il terzo settore. Non possiamo cioè considerare degni di attenzione allo stesso modo il fan club della Lazio e l’associazione di autoaiuto per uscire dalla dipendenza.

Per questo abbiamo voluto dare una definizione di terzo settore. La definizione “costituzionale” che abbiamo inserito alla Camera nell’art. 1 è la seguente: Per Terzo settore si intende il complesso degli enti privati costituiti con finalità civiche e solidaristiche che, senza scopo di lucro, promuovono e realizzano attività d’interesse generale, anche mediante la produzione e lo scambio di beni e servizi di utilità sociale conseguiti anche attraverso forme di mutualità, in attuazione del principio di sussidiarietà e in coerenza con le finalità stabilite nei rispettivi statuti o atti costitutivi. Non fanno parte del Terzo settore le formazioni e le associazioni politiche, i sindacati e le associazioni professionali e di rappresentanza di categorie economiche.

Non basta più la forma giuridica che fa riferimento al titolo II del Libro I del codice civile, non basta l’assenza dello scopo di lucro occorre di più. Occorre una finalità orientata al bene comune (che sia l’ambiente, i monumenti, i diritti di cittadinanza) o alla solidarietà e occorre che questa finalità sia tradotta in azioni conseguenti .

Quattro sono gli oggetti della delega:

1) La riforma del titolo II del libro I del codice civile con l’obiettivo di semplificare, uscire dal regime concessorio, tutelare i soci e i terzi. Chi riguarda? In questa parte del codice civile sono ricompresi tutti gli enti, associazioni riconosciute, associazioni non riconosciute, fondazioni e comitati che non hanno scopo di lucro ma non necessariamente, come abbiamo visto, sono terzo settore quali ad esempio i comitati, le associazioni di professionisti, i sindacati, i partiti, le associazioni di categoria, le mille associazioni non riconosciute nel campo politico-culturale, le fondazioni bancarie.


2) Un solo codice per il terzo settore nel quale vanno radunate le singole leggi settoriali, un solo registro e un solo ministero che ne risponde e obbligo di iscrizione per gli enti che si avvalgono di sgravi fiscali o chiedono finanziamenti, obblighi di trasparenza e di attivazione di controlli interni. Si dà mandato al governo per la costruzione di un sistema preventivo di vigilanza posto a carico del ministero del Lavoro in collaborazione con gli altri ministeri e con l’Agenzia delle Entrate. Si definisce l’impatto sociale e si promuove la valutazione di impatto sociale come strumento di valutazione e correzione delle politiche. Un articolo è dedicato alle organizzazioni di volontariato e alle associazioni di promozione sociale, con il riconoscimento e l’ampliamento del ruolo dei centri servizio del volontariato.

3) Impresa sociale. Il punto più controverso. L’istituto è presente nel nostro ordinamento dal 2006, ma non ha avuto molto successo. La proposta iniziale prevedeva, per implementare questa forma di impresa, la generica possibilità di distribuzione degli utili, attualmente esclusa. Abbiamo previsto ora l’adozione dello stesso parametro delle cooperative a mutualità prevalente e si è chiarito che l’impresa che legittimamente segue questa strada di remunerare i soci è però fuori dal perimetro delle Onlus. Le imprese sociali possono agire nei settori elencati o essere tali assumendo almeno il 30% di lavoratori svantaggiati.

4) Servizio civile. Quest’anno partiranno in servizio civile quasi 50 mila giovani, dando veramente un segnale di svolta rispetto a quanto è accaduto negli anni precedenti. Si definisce finalmente lo stato giuridico di chi è in servizio civile: non è un rapporto di lavoro dipendente, non è alcun tipo di rapporto di lavoro e non deve essere soggetto a tassazione. Sono chiariti i criteri di accreditamento degli enti e semplificate le procedure.

Alla semplificazione normativa si accompagna necessariamente semplificazione e riforma degli sgravi fiscali e dell’istituto del cinque per mille.

Questo il punto a cui siamo arrivati. In questi ultimi mesi i molti divergenti interessi legittimamente presenti in un mondo così composito, che raduna dalla associazione di volontariato parrocchiale alla cooperazione sociale, al grande ospedale gestito da congregazioni religiose, stanno sollecitando modifiche a volte anche profonde dell’impianto e analoghe richieste vengono da studiosi di diverse tendenze. La discussione quindi è ancora in corso mentre il disegno di legge è in discussione al Senato, purtroppo in coda dopo le rilevanti riforme costituzionali.

Lo sforzo da compiere è quello di rendere il confronto comprensibile a tutti, uscire dai tecnicismi e portarlo all’attenzione generale. Credo che così si capirebbe quanto sia importante e meritevole il terzo settore anche per il futuro del welfare e la tenuta della coesione sociale ma quanto sia necessario tutelarne la reputazione con più controlli e più trasparenza.




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