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ORFANI DEL SOGNO DEL PD - newsletter
26 ottobre 2014

 

La piazza di oggi (25 ottobre) non ha rappresentanza politica. Si può essere d'accordo o meno con i valori che la mobilitano, ritenere vecchia, conservatrice la sua piattaforma, si può insomma pensarla diversamente ma non si può negare che quella piazza c'è, è abitata, è piena e al momento nessuna forza politica la rappresenta in Parlamento. Ci sono, è vero, singole personalità, esponenti del Pd, i residui di Sel. Parti non partito. Comunque la si voglia vedere, questo per la democrazia non è un buon segno.

Molti in quella piazza avevano votato Pd. Non è mai stata la totalità (l'operaio leghista con tessera della Cgil non è un caso raro), ma è vero che una parte di iscritti al sindacato nei posti di lavoro pubblici e privati ha sostenuto il Pd, o comunque lo ha considerato vicino, un interlocutore, non certo un nemico. Oggi sabato 25 ottobre si è operata una frattura.


A prima vista è la piazza contro il governo, i lavoratori contro la legge suggerita da Confindustria, lo sfogo inevitabile di anni di crisi economica, licenziamenti e depressione.


Quella piazza senza rappresentanza per il Pd, primo partito italiano, è molto di più. Le due contemporanee manifestazioni di oggi (la piazza di San Giovanni e la Leopolda), l'una contro l'altra, portano alla luce un conflitto che attiene alla radice del Pd, alla sua ragion d'essere. 


Quando abbiamo fatto il Pd non cercavamo un veicolo per la vittoria (anche se in politica sempre si agisce per vincere), ma c'era l'ambizione di una costruzione stabile fondata sulla contaminazione culturale tra le due più grandi radici politiche del paese, il popolarismo cristiano e il socialismo democratico. Era la condizione necessaria per affrontare le riforme indispensabili, per rompere con le guerre del passato, per rifondare la democrazia italiana provata dal ventennio berlusconiano.


Nella pratica quotidiana le differenze culturali, i sospetti, il diverso approccio alla politica hanno pesato, ma dopo 7 anni di convivenza, confronti, convegni e la costruzione di un Olimpo in comune che unisce Berlinguer a Moro, dopo il formarsi di un gruppo giovane di dirigenza fatto da “nativi” e tanto lavoro in comune sembrava che la sfida fosse vinta. Sembrava che, nella logica del maggioritario, dentro il grande partito del centro sinistra ci fosse rispetto e spazio per tutti. Oggi si è platealmente visto che non è così. Oggi si è visto che il Pd rischia di perdere non un pezzo qualunque, nell'eterna tendenza a dividersi della sinistra, ma uno dei soci fondatori, una delle culture di riferimento: quella della sinistra laburista, la sinistra del lavoro.   


Sarebbe una perdita destinata a cambiare il Dna del Pd, a farne un’altra cosa e non mi riferisco solo alle contingenze della fase politica ma a scelte profonde, antropologiche le ha definite Massimo Cacciari, perché un partito, o meglio una forza politica, non si fonda solo sul leader o solo sulle regole (le primarie), ma su passione e idee.


La responsabilità di quanto sta accadendo non è di uno solo, ma certo chi ha la doppia responsabilità di segretario di quel partito e di capo del governo ne porta il peso maggiore e mi chiedo quanto tutto ciò sia voluto e quale sia il disegno finale.


So però che questo non è il Pd che si immaginava e che chi ha creduto al Pd del 2007 oggi è orfano. 




Quanto precede è il testo del mio post su facebook di ieri. Tengo conto dei tanti commenti ricevuti e aggiungo due considerazioni:

•      so bene che il mondo non è bianco e nero, anche il sindacato ha le sue responsabilità e la conservazione orgogliosamente rivendicata dalla piazza di ieri quando non si riferisce ai diritti è stata troppo spesso un freno a mano per le riforme. Il tema che pongo è il venir meno della capacità del Pd di rappresentare anche questo mondo, di includere anche quest'aerea della sinistra. Eppure in tutte le grandi democrazie l'interlocuzione tra sindacati e partiti di sinistra, laburisti o socialdemocratici, democratici americani o Pse, è forte e ha valore costitutivo. 

•      stando dentro a un partito la mia prima interlocuzione è nel partito, questa mia è un contributo alla discussione che si aspetta attenzione e risposte dai gruppi dirigenti. Ho fatto politica per vent'anni per unire, non per dividere.



Riforma del terzo settore

E' partita alla Camera la discussione sulla proposta di riforma del terzo settore. Si tratta di un disegno di legge delega, quindi affermazioni di principio e delega al governo a intervenire. E' incardinato nella mia commissione, la dodicesima “affari sociali”, e ne sono relatore.

La scelta del relatore spetta al presidente della commissione, affidare le leggi importanti al capogruppo di maggioranza, come in questo caso, è la prassi. Eppure sul settimanale “Vita” questa scelta ha provocato letture politiciste legate, guarda caso, a maggioranze interne del Pd. E' il segno che si tratta di provvedimento atteso a cui si legano interessi rilevanti.
E' un provvedimento molto importante, su cui vi aggiornerò strada facendo. Il testo, la mia relazione e il dibattito li trovate qui:

http://www.camera.it/leg17/126?idDocumento=2617

 








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pd |  sindacati |  lavoro | 




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