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E IL MODO ANCOR M'OFFENDE - newsletter
17 febbraio 2014

 

A volte la forma è sostanza. Soprattutto nelle istituzioni. E per quanto le decisioni politiche siano sempre state prese nelle sedi di partito, o negli uffici dei capi se partito non c'è, quanto avvenuto non ha rispettato nulla della formalità, o meglio dello stile insito nel rispetto delle istituzioni. E questo ci sarà rimproverato per molti anni a venire, peserà nei rapporti tra di noi.

Comunque stamattina Renzi ha ricevuto l'incarico e comincia una fase nuova. Ciò che lo aiuta è il clima nel Paese di rottura con il passato e con le ricette insoddisfacenti proposte finora. Non va sottovalutato e ci carica tutti di grandi responsabilità. 

Comincio con uno sguardo esterno. Per chi guarda l'Italia da fuori, quanto avvenuto è incomprensibile: negli altri Paesi, crisi di tal fatta si risolvono con le elezioni e proprio per questo probabilmente ce ne sono di meno. Se l’alleanza rimane la stessa, i vincoli europei li dobbiamo rispettare, la politica estera non cambia (per fortuna dico io, che ho stima della Bonino) e allora tutto si riduce ad una questione di uomini. Spero che non sia così e che si veda invece una forte spinta a rompere posizioni di rendita e burocrazia, ma la direzione di marcia (destra o sinistra) non è ancora nota né è chiaro il prezzo che ci faranno pagare gli alleati. Nella giornata di venerdì i dati economici portavano qualche timidissimo segno più e speriamo, per il Paese prima che per il Pd, che l'apertura di credito verso la novità Renzi da parte delle forze sociali sia sufficiente a darci respiro.

Lo sguardo interno. La tesi che gira è che non si potesse fare altro. Non sono d'accordo. Intanto per le brutali parole di Bettini in direzione (cosa vi aspettavate?), che prefigurano un disegno già scritto, e poi perché a tutto ciò che è accaduto manca un passaggio essenziale: il Renzi segretario. Cosa può fare il segretario del più grande partito che sostiene il governo? Può fare moltissimo esercitando la pressione e la persuasione, ripristinando un rapporto corretto Parlamento-esecutivo, ad esempio portando nelle aule parlamentari il jobs act e se il ministro del Lavoro non condivide ne prende atto e se ne va a casa. Non il rimpasto, ma le conseguenze di una linea politica. E di correzioni c'era bisogno, a cominciare dal pasticcio delle tasse sulla casa. Questa fase, la fase della correzione, non c'è stata.

La minoranza che fa capo a Cuperlo ha chiesto nella penultima direzione che finisse il balletto della critica alternata alle dichiarazioni di sostegno e che si facesse chiarezza. Ha fatto bene ed è ovvio che non implicasse un’acritica adesione a qualsiasi opzione. Nell'ultima direzione la ventina di delegati di quest'area ha votato a favore della proposta di Renzi, salvo due astenuti (Fassina e Miotto) e qualche assenza. Ritengo sia stato un errore. Capisco le ragioni che sono le solite (non è il momento di dividersi), ma non le condivido perché questo nostro voto rischia di essere non solo un voto di responsabilità, ma un voto di condivisione acritica. Avremmo dovuto porre un paio di condizioni di merito e comunque prendere le distanze da quanto avvenuto. Il senso della nostra presenza, così come detto nella campagna congressuale, consiste in una diversa idea di partito, più comunità e meno squadra del leader, e in una diversa idea di come uscire dalla crisi. Se c'era un momento in cui la differenza andava rimarcata era proprio questo. Adesso si recupera con un documento di contenuti, bene così.

Voglio chiarire che non ci sono motivi sufficienti per un’uscita dolorosa dal Pd, magari segnata da un voto contrario. Renzi ha vinto un congresso, in tanti immaginavamo già che sarebbe finita così, la spinta al rinnovamento anche generazionale è forte e va messo alla prova. 

 






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