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Equità nelle pensioni, l'opinione di Donata Lenzi
25 gennaio 2014

 

L’articolo “Pensioni: l’equità possibile” di Tito Boeri, Fabrizio Patriarca e Stefano Patriarca ha ricevuto molti commenti e richieste di chiarimenti. Si veda anche http://www.lavoce.info/equita-nelle-pensioni-domande-e-risposte/

Tra gli interventi, quello di Donata Lenzi:

 

 

Vorrei partire dal 2011, dalla recente riforma Fornero, l’unica per la quale ho qualche responsabilità o, meglio, qualche colpa.

 

L’ASSENZA DEL DIBATTITO

È stata una riforma non spiegata al Paese e approvata sull’onda dell’emergenza. Ricordo che l’articolo 24 del decreto Salva Italia non fu esaminato nella commissione Bilancio dove si svolgeva la fase emendativa, e fu votato da noi in Aula con la fiducia. Il decreto doveva salvare l’Italia e, ad onor del vero, c’è riuscito anche grazie ai notevolissimi risparmi conseguiti in materia previdenziale (come si legge nella relazione Inps al congresso degli attuari 2013).

Mancò il dibattito parlamentare e mancò il dibattito pubblico. Molti lavoratori che ne erano direttamente colpiti compresero in ritardo cosa comportava e ci hanno poi puniti con il voto, come sappiamo bene noi pochi che di questo tema ci siamo occupati e abbiamo dovuto sostenere decine di duri, spesso dolorosi, confronti in campagna elettorale, perché la riforma ha cambiato come nessun altro intervento prima la vita di migliaia di persone in pochi giorni.

Il frettoloso testo dell’art. 24 contiene diversi errori. Errori di scrittura (l’esclusione dei macchinisti dai lavori usuranti), di calcolo (gli esodati), di prudenza (il non aver previsto, come invece prevedeva Sacconi nel 122/2010, un assegno di sostegno al reddito per chi avrebbe potuto rientrare nei salvaguardati e ne veniva escluso per mera sfortuna a causa del tetto numerico) e ipocrisie di cui sembra non si accorga nessuno (la falsa progressività dell’aumento dell’età pensionabile delle donne prevista al comma 6).

Il giudizio sulla riforma comunque rimane, per me, critico soprattutto a causa dell’applicazione di un sistema contributivo basato solo ed esclusivamente su l’equità attuariale, matematica, senza nessun correttivo che tenga conto della complessità reale delle vite lavorative. Tutta teoria e niente pratica. Premia chi guadagna molto e quindi versa molto e punisce chi ha vite lavorative discontinue o lavori poco retribuiti, mandandolo in pensione ben oltre i 70 anni e con pensioni da fame, senza neanche l’integrazione al minimo che viene abolita. A grandi e a volte ingiustificate retribuzioni corrispondono, anche e soprattutto con il contributivo, ricche pensioni. I dirigenti di cui parla Perotti non ci perdono nulla.

Iniquità aggravata dal fatto che l’aumento di età pensionabile conseguente all’aumento automatico per le aspettative di vita non tiene in alcun conto che questa è la classica “media del pollo”. L’aspettativa di vita di un dirigente è di sei anni in più di un saldatore. In altri Paesi e tra chi studia i sistemi sanitari ci sono analisie dati sulle conseguenze delle differenze di reddito, studi che mi auguro si sviluppino anche da noi.

 

CHI È SENZA LAVORO E SENZA PENSIONE

Il vantaggio del contributivo è di permettere una certa flessibilità in uscita, come spesso rilevato negli studi della Fornero. Stranamente la riforma la ignora. Ancora oggi la Ragioneria generale si oppone a qualsiasi proposta di legge che permetta, fissata un’età minima adeguata, di andare in pensione con calcolo tutto contributivo, sostenendo che occorre coprire la spesa. Aiuterebbe a risolvere una parte dei problemi di chi si trova bloccato nell’area grigia senza lavoro e ancora senza pensione.

Non entro poi nel tema complesso di un mercato del lavoro che non sembra in grado di mantenere al lavoro gli anziani.

C’è condivisione su questo giudizio sulla riforma? Se c’è, come si rimedia? Una nuova riforma complessiva nel senso dell’equità reddituale e generazionale e che tenga conto della reale situazione del mercato del lavoro, che omogenizzi il sistema e le regole per superare la molteplicità dei fondi e le distorsioni presenti nel pubblico impiego soprattutto nelle fasce dirigenziali, abolisca la ricongiunzione onerosa, preveda coperture figurative dei periodi di vuoto e di disoccupazione, garantisca un minimo pensionistico, preveda un tetto di età pensionabile a 70 anni per non condannare al lavoro eterno i poveracci e al governo della gerontocrazia il Paese ancor più di ora, sarebbe a mio parere necessaria e in quel quadro la vostra proposta sarebbe un utile elemento coerente con l’obiettivo.

 

CI VOGLIONO RISPOSTE RAPIDE

Alla domanda “come si rimedia?” bisogna rispondere in fretta perché a mano a mano che i lavoratori, soprattutto i giovani, capiscono cosa comporta il nuovo sistema, cresce la tentazione di starne fuori. Tante persone, nei dibattiti, ti chiedono: “perché non posso tenermi tutto lo stipendio e magari investirlo piuttosto che versarne una quota rilevante per cinquant’anni per avere, forse, una pensione da fame?”. Nessun sistema regge senza consenso.

In breve le altre considerazioni. Costituzionalità: può non interessare il tecnico, ma interessa il legislatore. L’ultima versione del contributo di solidarietà previsto nella Legge di stabilità soddisfa una delle condizioni della Corte (il risparmio rimane nel sistema), ma non la seconda per la quale l’equità si persegue fiscalmente e non rimettendo mano, retroattivamente, al contratto. La proposta potrebbe incorrere nelle stesse censure.

Colpire il ceto medio: come ben sapete, i dati del Mef ci confermano che l’83 per cento dei redditi è da lavoro dipendente o da pensione. Di quei 152 miliardi e rotti di entrata Irpef, il 38 per cento è pagato da chi è nella fascia tra 28 mila e i 55 mila euro di reddito e il 41 per cento da chi è tra 55 mila e 75 mila.

Insomma andiamo a prendere soldi sempre agli stessi cittadini. Se poi si assoggettano a ricalcolo -a scopo di riduzione- le pensioni di 2 mila euro lordi, anche i figli potrebbero cominciare a preoccuparsi del rischio di dover aiutare i genitori anziani e magari non in salute ancor più di quanto non facciano ora, o di vedere venir meno l’aiuto che i genitori ancora danno. È dentro le famiglie che si pratica la prima solidarietà tra generazioni.

Sarà banale ma non sono sicura che l’Inps riesca a rifare i calcoli in un tempo accettabile, visto quanto ci sta impiegando sugli esodati.








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