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UNA VITTORIA DI PIRRO di Donata Lenzi
04 marzo 2013

 

Questa è una vittoria di Pirro, una vittoria che in realtà è una quasi sconfitta politica.

Abbiamo vinto per poco, pochissimo e al Senato manca nettamente la maggioranza. Qualsiasi cosa succeda d’ora in poi, abbiamo noi in mano il cerino e le altre forze in campo si stanno collocando in attesa, pronte ad una nuova contesa elettorale. Le decisioni popolari saranno merito di altri, quelle impopolari, magari imposte dallo stato dei conti pubblici, saranno solo responsabilità nostra.

E il primo scoglio è il voto iniziale, il primo voto all'insediamento del governo: quello sulla fiducia al governo stesso. Grillo e Berlusconi fanno finta di non sapere che senza la prima fiducia la macchina non parte e quindi si torna al voto. Come superare questo ostacolo nessuno lo sa.

Qualche prima riflessione sul voto:

Il Pd ha preso 8.644.523 voti (perdendo quindi tre milioni e seicentomila voti rispetto ai 12.095.306 del 2008), a questi vanno aggiunti i voti esteri e quelli di Sel, si arriva così oltre i dieci milioni di voti.

Berlusconi ha perso 16 punti ed è sceso da 13.629.464 voti pari al 37% a 7.332.121 pari al 21%, ma sono tutti a festeggiare, i suoi tg narrano la grande rimonta e tra qualche giorno solo questa narrazione rimarrà. Certo la sua tenuta sorprende, il risultato in Lombardia fa male al cuore: ma cosa poteva capitare di più grave di un assessore controllato dalla ‘ndrangheta?

Grillo ha preso 8.689.458 voti. Primo partito e terza forza in Parlamento. Non dirò che l’avevo previsto, in questa misura no, ma girando fra posti di lavoro e mercati si sentiva nell'aria. Quel voto ha molte ragioni ed è frutto di un lavoro pianificato da anni. Lo sappiamo bene noi che stiamo a Bologna. Chiunque affronti la questione con superficialità e presunzione, sbaglia. Il movimento risponde ad almeno due esigenze presenti nella società italiana: l'esigenza di moralità e di semplificazione, di cambiamento rispetto alla continuità sterile di questi anni e la crisi della classe media, dall'impiegato pubblico al piccolo imprenditore che, senza più tutele a fronte della globalizzazione, ha pagato sulla propria pelle, con più tasse e meno welfare, i costi della crisi. In sottofondo nel movimento c'è un disegno assai più complesso e poco esplicitato, su cui bisognerà tornare e che dobbiamo far emergere.

Il Pd non ha compreso a sufficienza ed in tempo la profondità di queste esigenze, troppi hanno resistito. Bersani l'ha compreso e ha condotto bene le primarie e le primarie dei parlamentari, ma lì si è esaurita la spinta. Questo è da tempo, da molto tempo, il nostro maggior limite: siamo bravi e dedichiamo tempo al confronto interno, ma non riusciamo a farci capire dal resto del Paese.

Non c'è mai una ragione sola, a me sono venuti in mente nove fattori che, a mio parere, hanno determinato il risultato. Poi certo, l'analisi vera dei risultati e la valutazione sul contesto richiedono più tempo e approfondimento.

 

1) La mancanza di radicalità. Non abbiamo detto a voce alta posizioni nette. Compreso il tema della semplificazione delle istituzioni e la riduzione dei costi della politica. Le idee c'erano, ma non sono "girate".

2) La recessione con il suo portato di crisi e disperazione. E il peso negativo delle scelte di politica europea che la recessione hanno favorito. Aveva ragione Krugman a dire che questo è un voto sulle politiche di austerità, ora però sarà usato contro di noi e contro l'unità europea.

3) Monti n. 1 L'appoggio al suo governo ha fatto male più a noi che alla Pdl. Rimango dell'idea che sostenerlo fosse doveroso, ma penso con il senno di poi che avremmo dovuto abbandonarlo a giugno quando ha cambiato segno.

4) Monti n. 2 La sua candidatura e la sua campagna elettorale peggiore della nostra, cadendo lui, noi e Vendola nella trappola del “chi sta con chi”.

5) La campagna elettorale. Tutto lo sforzo è finito con le primarie, poi non siamo riusciti a dettare l'agenda. Anche lo slogan “Italia giusta” andava riempito di quattro azioni positive conseguenti.

6) La comunicazione in campagna elettorale. Difficile certo quando manca quanto detto prima, ma i cosiddetti comunicatori ci hanno messo del loro: nelle scelte delle trasmissioni a cui andare e in chi mandarci ad esempio, nel mancato ascolto della base e nella campagna “più grigia” che si sia mai vista. Questo punto sta diventando per noi drammatico. Abbiamo a che fare con degli avversari che sono grandi professionisti della comunicazione.

7) La vicenda “Monte dei Paschi”

8) La riforma delle pensioni che ha colpito direttamente il nostro elettorato. Non ci sono solo gli esodati e so che non si può tornare a prima, bisogna sapere però che occorre più equità e la proposta andava precisata.

9) La situazione del partito a livello locale. I dati ci dicono che dove siamo maggioranza, ma non abbiamo saputo aprire le porte ad un cambiamento vero e non solo anagrafico, abbiamo perso di più.

 

In questi giorni nella situazione di impasse che si è verificata, Bersani ha proposto di tendere la mano a Grillo e si è beccato come risposta una caterva di insulti. Siamo di nuovo di fronte alla scelta tra identità e responsabilità, ma proprio guardando alle ragioni del voto elencate prima dico che un governo con la Pdl non è possibile. Credo fermamente che il tentativo di Bersani vada sostenuto, la strada va perseguita e le proposte devono essere nette e comunicate in modo adeguato.

Voglio dare il mio contributo almeno su una questione di cui mi sono già occupata: una legge sui partiti, la loro democrazia e il loro finanziamento. La trovate qui http://www.donatalenzi.it/index.html?pg=4&id=649





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