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LEGGE ELETTORALE E PREFERENZE. QUALCHE CONSIDERAZIONE POLITICA di Donata Lenzi
01 agosto 2012

 

Se fosse per me vieterei di cambiare la legge elettorale ad un anno delle elezioni. Si potrebbe fare nei quattro anni precedenti con maggior obiettività, non condizionati dai sondaggi e dalle elezioni imminenti.

Comunque l'attuale legge elettorale, detta “porcellum” su proposta del suo inventore Calderoli, ha molti difetti e si sono raccolte più di un milione di firme per cambiarla; la particolare fase politica che stiamo vivendo potrebbe permettere il cambiamento.

Perché non è stata cambiata finora? Perché alla maggioranza uscita dalle elezioni non interessava e senza la maggioranza non si cambia. In realtà sarebbe bene che sulle leggi elettorali ci fossero alleanze più vaste perché si sta modificando la regola del gioco, ma con la Pdl non è mai stato così e, come si vede oggi, non è ancora così.

Nel patto fondativo dell’attuale strana maggioranza a sostegno di Monti c'era l'impegno a cambiare insieme la legge elettorale e a fare alcune modifiche costituzionali incentrate sulla fine del bicameralismo perfetto e la riduzione del numero dei parlamentari.

Ciò che è avvenuto al Senato, dove in Aula con un emendamento si è cambiata la natura stessa della democrazia italiana passando al semipresidenzialismo con il voto solo di Pdl e Lega, ha messo in discussione tutto. E' un fatto grave, molto grave, che va denunciato a gran voce.

Non può essere che a noi si chieda responsabilità per condividere i sacrifici, ma si faccia senza di noi per determinare le regole.

Il disegno è chiaro: si torna al passato. Alleanza Pdl-Lega, Berlusconi leader, la Lega con Maroni che corre per la presidenza della Regione Lombardia e riporta il partito alla dimensione originaria di partito del nord. Siamo alla restaurazione. Cosa questo comporti in termini di conseguenze economiche e internazionali non interessa a chi di fronte alle difficoltà è fuggito, lasciando il peso della gestione della crisi a Monti. Si sappia che alla Camera ormai quasi la metà del gruppo Pdl non vota.

Qui si inserisce il tema della legge elettorale. Ed ecco che l'asse della vecchia maggioranza rinasce per far passare al Senato una propria proposta tale ovviamente da garantirsi se non la vittoria, almeno di impedire la nostra. Per acquisire consenso si promette il ritorno alle preferenze.

Il Pd, o meglio ad essere onesti la gran parte del Pd e nei documenti ufficiali del Pd, è per un sistema alla francese con collegi a doppio turno. Tutti gli altri partiti no, quindi è difficile arrivare ad un accordo, ciononostante la trattativa è andata a avanti e decine di volte è stata vicina alla conclusione. Poi si è palesato il disegno di ricostituire la vecchia maggioranza. Prima è saltato l'accordo sulle riforme istituzionali e ora quello sulla legge elettorale. Come ha detto Bersani, così non si può andare avanti.

 

Le preferenze. Il Pd, o meglio la gran parte del Pd, è contraria perché ha memoria storica. La prima reazione popolare al clima di corruzione diffusa e immobilismo politico degli anni ‘90 fu il referendum sulla preferenza unica. Nel 1991, infatti, abbiamo fatto un referendum per avere una sola preferenza, fino ad allora si votava esprimendo fino a 4 preferenze. Era noto che il sistema pluripreferenze permetteva e permette di controllare “chi vota chi” (in pratica annulla la segretezza con conseguenza di ricatti e pressioni), il rafforzamento delle correnti, spesso la lotta tra bande.

Pagine intere di giornali denunciavano gli scandali e il voto di scambio. E' questo che ci torna alla memoria e ci lascia più che contrari, perplessi a fronte del voto di preferenza presentato come la panacea a tutti i mali.

Gli italiani andarono a votare il 9 giugno del 1991, si raggiunse il quorum con il 62,5% degli aventi diritto e votarono SI’ il 95,6% (pari a 26.896.979 voti).

Il 18 e 19 aprile di due anni dopo fu la volta del referendum che abrogò parte della legge elettorale del Senato, in modo tale da portarci ad un sistema elettorale maggioritario. Votò il 77% degli aventi diritto e i SI’ vinsero con 28.936.747 voti, pari al 82,70%.

Non è paradossale che per uscire dalla prima Repubblica, da una condizione di discredito dell'intera classe politica, nel 1990 si sia scelto il maggioritario e la preferenza unica e adesso, vent’anni dopo in un clima per molti aspetti paragonabile, si sostenga (almeno questo dicono i sondaggi) il proporzionale e le preferenze?  Questo è un Paese che rischia sempre di tornare indietro.





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