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DALLA PARTE DEI PRECARI
28 marzo 2012

 

Vi segnalo sul sito del Pd nazionale l’articolo dell’on. Manuela Ghizzoni (http://beta.partitodemocratico.it/doc/233092/universit-pd-vota-contro-governo-manca-cambio-di-passo.htm), che spiega perché abbiamo votato contro ad un provvedimento del governo che è un duro colpo all’università; c’è anche un articolo di Walter Tocci sullo stesso tema, mentre sul blog sempre della Ghizzoni c’è il modello per il ricorso per il pensionamento degli insegnanti “quota 96”.


Quello che segue è un articolo a mia firma pubblicato il 27 marzo su l’Unità, qui in una versione più lunga:


Non c'è solo l'art. 18 da cambiare. C'è l'altra metà del mondo del lavoro a cui pensare, il lavoro precario e atipico i cui interessi ci devono stare a cuore e che da questa riforma ricevono assai poco. Per loro ci sono elementi positivi nella parte contratti perché si fa un passo avanti nel distinguere tra vero lavoro autonomo e lavoro subordinato accogliendo molte delle nostre proposte, ma non c'è nulla nella parte delle tutele. Nella riforma degli ammortizzatori sociali per precari ed atipici, autonomi o para-subordinati che siano, c'è solo una correzione della “una tantum” già prevista da Sacconi. Eppure il costo della riforma è ancora una volta caricato sulle loro spalle, come già accaduto con il protocollo del 2007 e con la riforma dell'apprendistato nel 2011, attraverso l'aumento progressivo dal 27,72 (previsto dall’ultima legge di stabilità di Tremonti) fino al 33% da raggiungere nel 2018 e si tenga conto che ogni punto vale circa 280 milioni di euro di entrata. Pagano la riforma che a loro non dà nulla. E' profondamente ingiusto.

Il nuovo strumento di finanziamento per gli ammortizzatori, Aspi, non è affatto universalistico come racconta invece la ministro Fornero, non almeno nell’accezione della dottrina e cioè universale e a carico della fiscalità; è invece una dignitosa forma di assicurazione obbligatoria, tipica dei sistemi di welfare di impianto lavoristico. Ma non potremmo allora prevedere che una quota piccola ma significativa di quell'aumento dei contributi sia destinata a finanziare l'assegno di disoccupazione degli stessi iscritti alla gestione separata che sono chiamati a versarlo?  Sia chiaro, non è affatto  il reddito minimo che è appunto una misura universalistica, ma ci permette di prevedere una tutela necessaria proprio per chi più di tutti è soggetto all'incertezza del mercato del lavoro.  

Spero invece che non si dia credito alle proposte di chi continua a voler distinguere tra vecchi lavoratori con contratti a tempo indeterminato e gli altri. La spaccatura profonda tra i lavoratori non è solo tra sindacati, ma tra generazioni. Dalla riforma Dini delle pensioni alla riforma del mercato del lavoro ai tanti contratti nazionali di categoria, dove si è distinta la posizione dei nuovi assunti da quella dei loro colleghi, sono vent’anni che si alimenta l'apartheid lavorativo di più di una generazione provocando in loro un comprensibilissimo sentimento di rancore, i cui esiti si sono visti ad esempio nella scarsa partecipazione allo sciopero sulle pensioni. Evitiamo di perseverare nell'errore.

Così, uno sguardo di insieme della proposta di riforma ci porta a dire che molte cose sono positive e vanno salutate con favore, penso ad esempio alla parte sulle donne, soprattutto se si tradurranno in norme semplici e comprensibili, accompagnate da proiezioni sul futuro, dati sulle platee interessate, indicazioni di costi e risorse (cioè una seria analisi tecnica come si fa in tutti i paesi europei quando si affronta una grande riforma, elementi conoscitivi di cui il Parlamento e il Paese sono stati privati nella convulsa fase di approvazione della riforma sulle pensioni).

Da questo punto di vista, la stesura resa nota delle modifiche all'art.18 è un pessimo segno. Pasticciata e bizantina, è fatta apposta per far lavorare i tribunali. E’ il datore di lavoro che specificando la causa del licenziamento sceglie quale tipo di processo affrontare, e invertendo l’onere della prova toccherà al lavoratore licenziato per motivi economici dimostrare che così non è; quanto all’indennizzo, il giudice ne può stabilire l’importo solo nel caso in cui il licenziamento per motivi economici sia illegittimo e non (come molti giornali hanno riportato) quando si tratti di licenziamento per motivi economici. 

Qual è l’effetto deterrente della norma? Verso il datore di lavoro nessuno, stante che dire che si licenzia per motivi economici è come dire che ci si separa per “incompatibilità di carattere” e quindi il rischio della condanna e del pagamento dell’indennizzo è basso; per il lavoratore molto, perché rischia di avviare a proprie spese una causa dall’esito incerto. 

E’ iniquo e va cambiato.

La proposta del Pd, di tutto il Pd dopo la direzione di ieri (con la relazione di Bersani approvata all’unanimità), è quella di un modello tedesco: si va dal giudice e il giudice, se ritiene illegittimo il licenziamento, decide tra indennizzo o reintegro. 

Su entrambe le questioni, precarietà e art. 18, ci impegneremo al massimo. 




Nota per i bolognesi: cerchiamo di affrontare questa fase senza alzare continuamente i toni dello scontro, come ho visto fare negli ultimi giorni. E non lo dico a difesa di un governo che abbiamo votato, ma perché dobbiamo pur imparare qualcosa dalla nostra storia passata, dal rischio sempre presente che il conflitto sociale degeneri. Mai come ora, questione sociale e questione democratica  si intrecciano.     








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