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Incompatibilitŕ, quote rosa e lotta alle dimissioni in bianco
20 febbraio 2012

 

Lunedì 20 intervengo a Funo, il venerdì 24 sera tutti a sentir Bersani al teatro Manzoni! Lunedì 27 sono a Rastignano, il 1° marzo la sera alle Scuderie di Piazza Verdi a parlare di biotestamento in una iniziativa di Rete Laica, il 2 marzo a Trebbo di Reno e lunedì 5 alla Decima a San Giovanni.

I temi di oggi hanno solo un punto di contatto tra di loro. Non vi dirò quale. Ne parlerò alla fine.



Incompatibilità: mercoledì scorso 15 febbraio in giunta Elezioni alla Camera abbiamo perso 11 a 16 nel voto sulla compatibilità dei ruoli di deputato con quello di Presidente di provincia. Si trattava di otto colleghi (Armosino di Asti, Cesaro di Napoli, Cirielli di Salerno, Iannarilli di Frosinone, Molgora di Brescia, Pepe di Foggia, Simonetti di Biella, Zinzi di Caserta), due leghisti, uno Udc, cinque Pdl. In realtà si erano già salvati due anni fa quando il voto fu identico, ma la questione è stata riaperta grazie alla sentenza della Corte costituzionale sul caso del sindaco di Palermo dichiarato dalla Corte ‘incompatibile’. Alla Camera prima di Natale l'abbiamo spuntata sui sindaci grazie ad una conduzione abile della seduta e all’astensione dei leghisti; questa volta gli altri partiti hanno votato invece per la compatibilità. Ma come si fa a differenziare tra un sindaco e un presidente di provincia? Risposta: ma le province stanno per chiudere!

Per il Pd è un problema di legalità (la legge li considera ineleggibili, quindi incompatibili) e di conflitto di interessi (non di soldi, non possono per legge avere una doppia indennità). Si veda il caso della Campania, dove i tre deputati-presidenti hanno imposto ai loro gruppi l'assegnazione alle province campane di maggiori poteri in materia di rifiuti. E non mi sembra sia servito! Il Pd campano con il suo segretario regionale Amendola ha deciso di procedere con i ricorsi amministrativi. E' la strada della giustizia quando fallisce la politica. 

Da capogruppo in Giunta Elezioni, sono convinta che dovremmo affidare il compito di valutare le incompatibilità alla Corte Costituzionale. Si tratta di una riforma costituzionale che modifica il principio di “autodichia”, ma va fatta. Queste non sono decisioni da prendere a maggioranza politica.

Donne: questo nuovo clima un po’ meno guerriero e un po’ più disponibile al confronto sta favorendo l'accelerazione dei lavori su due proposte di legge del Pd che riguardano soprattutto le donne. La prima riguarda la rappresentanza di genere nelle elezioni locali [testo nella news a lato], proposta che si deve in primis all'impegno della collega Sesa Amici. E' quasi giunta alla fine, ma adesso ha qualche rallentamento. Ci si nasconde dietro la necessità delle grandi riforme elettorali per non affrontare questa. Noi donne del Pd abbiamo detto e sostenuto che va fatta. 

La seconda è il ripristino della normativa diretta a scoraggiare il fenomeno delle dimissioni in bianco fatte firmare soprattutto (ma non solo) alle lavoratrici. Riprendo dall'intervento della relatrice On. Teresa Bellanova: 

“l'ISTAT stima che nel biennio 2008-2009, quindi nel periodo immediatamente successivo all'abrogazione della legge che aveva definito precise procedure di contrasto del fenomeno, circa 800 mila madri hanno dichiarato che nel corso della loro vita lavorativa, in occasione di una gravidanza, sono state licenziate o messe in condizione di doversi dimettere; a subire più spesso questo trattamento non sono le donne delle generazioni più anziane, ma le più giovani (il 13,1 per cento delle madri nate dopo il 1973), le residenti nel Mezzogiorno (10,5 per cento) e le donne con un titolo di studio basso (10,4 per cento), le donne che lavorano o lavoravano come operaie (11,8 per cento), quelle impiegate nell'industria (11,4 per cento), con un partner anch'esso operaio (11,0 per cento) e con un basso livello d'istruzione (10,6 per cento); tra le madri costrette a lasciare il lavoro in occasione o a seguito di una gravidanza, solo il 40,7 per cento ha poi ripreso l'attività, e le opportunità di riprendere a lavorare non sono le stesse in tutto il Paese: su 100 madri licenziate o indotte a dimettersi, riprendono a lavorare 51 nel Nord e soltanto 23 nel Mezzogiorno.

Osserva che il fenomeno delle dimissioni in bianco costituisce un'arma di ricatto permanente nel corso del rapporto di lavoro e ha un'ampiezza difficilmente determinabile nella sua dimensione reale, trattandosi di un fenomeno che emerge solo a dimissioni avvenute, quando cioè il lavoratore o la lavoratrice cercano di far valere il proprio diritto in sede giudiziaria, con gli scarsi strumenti probatori a loro disposizione. Fa presente che si tratta di una pratica che aggira ogni interpretazione possibile del concetto di «giusta causa» del licenziamento, lasciando inoltre il lavoratore privo perfino del sostegno di eventuali ammortizzatori sociali”.

La proposta di legge è del 20.4.2010 a firma Gatti, nostra collega del Pd [vedi a lato]. In questi giorni, su sollecitazione di Se non ora quando, molti consigli comunali stanno votano ordini del giorno diretti a sollevare il problema. Bene! Le donne del Pd ci sono, ricordiamocelo.

E il filo conduttore?!?

Tra queste notizie c'è un filo conduttore: nonostante comunicati stampa, sollecitazioni, articoli fatti e rifiutati (quello sulle dimissioni in bianco della on. Gatti giace da mesi in un cassetto all'Unità) e il nostro impegno quotidiano, di tutto questo lavoro non appare quasi niente. PERCHE’?   







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