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IN ATTESA
03 dicembre 2011

 

In queste ore il governo si rende disponibile al confronto con partiti e parti sociali. 

Anche se qualcuno ha voglia di delegare tutto a Monti, personalmente sono dell'opinione che sia opportuno far valere in quella sede le ragioni dell'equità. Considero una caduta di stile l’andare da Vespa, anche se alla fine viene prima in parlamento lunedì. Avrei preferito una conferenza stampa, come si fa ovunque salvo che in Italia. Comunque sia, siamo in preoccupata attesa.

 

Oggi ho partecipato ad una iniziativa del Centro Renzo Imbeni a Bologna dal significativo titolo "Fare politica ai tempi della crisi”, uso quindi la newsletter per pubblicare di seguito il mio intervento. Vi segnalo inoltre a lato la news con il discorso di Stefano Fassina a Monza, un intervento di ampio respiro.

Fare politica nel tempo della crisi. Discorso tenuto all'inaugurazione del Centro di iniziativa politica Renzo Imbeni, il 3 dicembre 2011 a Bologna.

Il caso ha voluto che l'iniziativa di oggi si collocasse in un momento particolare: nel limbo dell'attesa dei provvedimenti del nuovo governo, a fronte di una crisi così grave da far dire alla Merkel che "siamo sull'orlo del burrone" e soprattutto che il destino dell'Europa dipende dall'Italia (il che suona anche come scaricabarile).

Il momento di quiete prima della tempesta può diventare quello in cui dare voce a "pensieri lunghi", riflessioni sul lungo periodo necessarie per capire.

Non ho affatto la pretesa di spiegare tutto, ma condivido con voi alcune riflessioni.

La crisi è internazionale. Una volta le grandi organizzazioni politiche iniziavano documenti e relazioni con la situazione internazionale. Anche la Chiesa in realtà fa qualcosa di simile quando, ogni settimana nella preghiera dei fedeli, inizia con il pensiero a quello che succede nel mondo. E' virtù propria delle grandi realtà culturali consapevoli della necessità di una lettura complessiva.

Abbiamo un po' perso questa capacità. Da tempo ci dedichiamo di più all'assemblea del condominio per riscrivere i regolamenti che alla comprensione della politica estera e delle conseguenze su di noi dei conflitti palesi od occulti in corso, ed è mia convinzione che, oltre un certo limite, questo sia un modo per sfuggire alle difficoltà di costruire risposte alle difficoltà dell'oggi. Quanto sta succedendo in strada, gli "indignados", le manifestazioni di protesta, la rabbia di chi paga il prezzo più alto delle difficoltà attuali, arriva ora alle nostre finestre.

Le diseguaglianze sono la causa prima della crisi economica che devasta il mondo occidentale, Stati Uniti ed Europa in testa, mentre l’eguaglianza è fattore primo di sviluppo economico, come dimostrano i paesi del Nord Europa, a più alta eguaglianza sociale ed anche, come si vede, i più solidi.

L’aumento delle diseguaglianze indotte dalle politiche liberiste e di deregolamentazione, da Reagan e Thatcher in poi, ha portato all’aumento dei poveri e dei nuovi poveri –gli occupati che non arrivano a fine mese-, compreso il grande povero che è il pianeta Terra.

In Italia nel 2010 sono aumentati sia i poveri (da 7,8 milioni a 8,3 milioni) che i nuovi poveri, colpendo soprattutto famiglie numerose, giovani e Mezzogiorno. Dalle classifiche del coefficiente di Gini -che misura le diseguaglianze con valori che vanno da 0, massima eguaglianza a 1, massima diseguaglianza- elaborate da Enti internazionali, gli Stati Uniti e l’Italia risultano, insieme a Gran Bretagna e Grecia, i paesi industriali a più alta diseguaglianza (indice di Gini superiore a 0,3), mentre la Germania e i paesi del Nord Europa, Danimarca, Olanda, Svezia, Norvegia e Finlandia, sono i paesi a più alta eguaglianza sociale (indice di Gini inferiore a 0,3). La prova che l’eguaglianza è anche fattore di sviluppo la troviamo nella classifica della Banca mondiale dei 50 maggiori paesi più ricchi per PIL pro capite: 1a Norvegia, 3a Danimarca, 5a Svezia, 6a Finlandia, 14a Olanda, 16a Germania.

La più grave crisi economica che scuote il mondo occidentale è stata aggravata dalla cupidigia di una finanza senza controlli, ma generata dall’aumento incontrollato delle diseguaglianze, ed è di dimensioni così ampie in tutti i paesi industriali da essere confrontabile con quella che generò la grande depressione del ‘29 che finì solo con la seconda guerra mondiale. Anche allora come oggi erano fortemente aumentate le diseguaglianze tra ricchi e poveri, anche allora come oggi sono venuti alla ribalta i fenomeni killer dell’economia, le bolle speculative e il calo della domanda. Se c’è una stagnazione del reddito della grande maggioranza della popolazione la domanda globale si abbassa generando crisi. Dall’altra parte i beneficiati dall’aumento delle diseguaglianze, i ricchi, hanno comprato a go-go case, azioni, obbligazioni e soprattutto, alla ricerca esasperata dei massimi rendimenti, hanno alimentato il mercato dei Derivati -cosiddetti perché il loro rendimento deriva da tutt’altro, corsi dei cambi, inflazione, mutui etc.- che diventano titoli tossici inesigibili in tempi di crisi. Quando le bolle speculative sono esplose facendo fallire molte banche, alcuni Stati (Stati Uniti e Gran Bretagna in testa) sono intervenuti per salvarle indebitandosi fortemente, mentre riducevano sempre più lo Stato sociale.

Come scrive l’economista Jean Paul Fitoussi (Repubblica del 6 novembre): "Ha contribuito all’aumento delle diseguaglianze (e quindi della povertà) la diffusa fede che per guadagnare in competitività in un’epoca di globalizzazione, le cose più importanti fossero diminuire il Welfare, ridurre il costo del lavoro, non tassare i ricchi. È importante invece rendersi conto che il sistema capitalistico non può sopravvivere in un contesto ad alta diseguaglianza".

La povertà e le nuove povertà sono anche fattori di regressione della democrazia. E ancora di più incide sulla democrazia il progressivo impoverimento (impoverimento e non povertà) del ceto medio. Impoverimento dovuto alle condizioni del mercato del lavoro, ma anche al progressivo dimagrimento del welfare. Una volta la malattia, la vecchiaia, la disoccupazione erano fattori di impoverimento della famiglia, di qualsiasi famiglia. Il sistema di welfare ha funzionato come contenimento-assicurazione contro le conseguenze negative, svolgendo così un ruolo redistributivo.

Accanto ai poveri occorre aggiungere il grande povero che è la Terra, vittima della stessa logica di sfruttamento degli uomini e che periodicamente li uccide con catastrofi ecologiche sempre più frequenti ed apocalittiche.

Su questo, ricordo in questa sede l'attenzione anticipatrice di Renzo Imbeni ai temi ambientali, il suo impegno personale, le scelte anche di stile di vita.

Nella relazione di Fassina a Monza sabato scorso si dice: “Siamo, in realtà, in una ‘grande transizione’ articolata lungo quattro fondamentali assi: geo-economico e geo-politico; demografico; economico e sociale; ambientale. L’asse geo-economico e geo-politico del pianeta si sposta ad est e a sud. Le economie mature invecchiano a fronte di interi continenti segnati da giovani generazioni in movimento. Le disuguaglianze all’interno dei singoli stati nazionali si ampliano oltre il limite di funzionamento degli ordinamenti democratici, oltre che delle economie. La natura da straordinaria risorsa per il benessere dell’uomo è sempre più in sofferenza e si vendica con effetti sempre più pesanti in termini di vite perse”.

Tutto questo avviene in fretta. Far politica oggi vuol dire misurarsi con la velocità. La velocità del cambiamento che si contrappone alla lentezza delle nostre procedure decisionali. Come garantire democrazia e partecipazione se tutto va deciso in pochi giorni? Certo, noi abbiamo un enorme handicap da recuperare. Le nostre modalità ordinarie di decisione, il bipolarismo, la contrapposizione velata tra Camera e Senato che obbliga alla navetta i progetti di legge non è sostenibile in qualsiasi sistema. Ma c'è un impasse decisionale che va oltre. Guardate alla fatica di decidere in Comune a Bologna, dove non ci sono due Camere né vecchi regolamenti e vi renderete conto che il blocco ha cause profonde che meriterebbero di essere indagate.

Allora il governo tecnico non è solo la resa di una classe politica screditata, incapace di difesa perché incapace di dar conto della propria utilità (l'antipolitica si alimenta dell'incapacità decisionale), ma è anche la soluzione temporanea al problema di prendere una decisione in fretta. Voglio dire che il problema di democrazia non sta nella nascita di un governo diverso da quello scaturito dalle elezioni (la nostra è una democrazia parlamentare ed è il Parlamento che fa il governo come è avvenuto decine di volte in passato), ma sta nello stato di  necessità che giustifica decisioni di merito prese al di fuori delle (lente) procedure parlamentari.  E' una fase o sarà così anche in futuro? Penso che la rapidità sia ormai un elemento imprescindibile e questo implica una riforma istituzionale che bilanci rappresentatività, democrazia e capacità decisionale. Da questo punto di vista il maggioritario si è rivelato insufficiente e permettetemi di dubitare che la risposta sia il ritorno al proporzionale. 

Mentre guardo all'oggi in questa giornata dedicata a Imbeni, vorrei aggiungere il mio ricordo di un suo discorso in Provincia, in una iniziativa a cui lo avevo chiamato sul tema ‘donne e immigrazione’ e sul tema dei diritti umani e civili, e della sua difesa appassionata dei diritti "non negoziabili" da riconoscere alle donne immigrate senza cedimento a relativismi culturali. Coerente con quella attenzione al genere, uno dei pochi uomini che aveva compreso la portata della riflessione femminile sulla differenza. 

E ancora, il suo impegno morale negli anni difficili di Tangentopoli, impegno che oggi ci tocca e deve esserci di esempio. Sto andando ultimamente più in giro per la nostra Italia e mi sconvolge sempre di più la profondità e la diffusione di comportamenti corrotti, o meglio di una diffusa cultura diretta a fregare il prossimo senza scrupolo alcuno, che si alimenta e si giustifica nell'impunità e nel cattivo esempio.

Ancora una volta abbiamo bisogno di buoni esempi.






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