»
Newsletter »
   HOME       BIOGRAFIA       I MIEI INTERVENTI       ARCHIVIO NEWS       COMUNICATI STAMPA       DOCUMENTI       CONTI IN TASCA       RESOCONTO DI MANDATO       CONTATTI   


Un patto per la ricostruzione dell'Italia. Relazione introduttiva di Stefano Fassina
03 dicembre 2011

GRAND'ITALIA - Conferenza nazionale per il lavoro autonomo e la micro e piccola impresa (Monza, Villa Reale, 26 novembre)

La conferenza che apriamo stamattina è una tappa intermedia di un percorso iniziato oltre un anno e mezzo fa. Nelle ultime settimane, abbiamo svolto decine e decine di conferenze territoriali, provinciali, regionali. Abbiamo incontrato centinaia di rappresentanti delle associazioni di categoria, migliaia di imprenditori. Voglio innanzitutto ringraziare per l’attenzione rivolta al Partito democratico e per il contributo dato alla definizione delle nostre proposte. Ringrazio i leader delle associazioni di categoria presenti al nostro incontro.

È stato innanzitutto un percorso di ascolto. Abbiamo toccato con mano le mille pieghe di una fase dura. Abbiamo verificato sul campo la presenza di una classe dirigente di qualità nell’universo dei cosiddetti “piccoli”. Come nel percorso della Conferenza del Lavoro approdata a Genova a Giugno scorso, abbiamo sentito a volte la solitudine e la paura di uomini e donne alle prese con un futuro incerto. Mai, però, abbiamo trovato rassegnazione. Come ha efficacemente sottolineato il portavoce di Rete Imprese Italia, Ivan Malavasi, giovedì scorso a Roma, la “professione di ottimismo è la vera professione dell’imprenditore”.


Oggi, le condizioni del lavoro autonomo e della micro e piccola impresa sono difficili. I dati aggregati di contrazione annuale del Pil, dovuta oramai a una linea di politica economica miope, hanno dietro i volti di donne ed uomini, di tutte le età, costretti a gettare la spugna. Ogni punto di Pil in meno, per la fetta generata dalle imprese da 1 a 9 addetti, equivale alla scomparsa di circa 40.000 imprese, 80.000 uomini e donne, molto spesso tutti gi occupati di un nucleo familiare.


Qualche dato, a voi noto, per tratteggiare il contesto della nostra riflessione. Le ultime rilevazioni disponibili sul clima di fiducia (un indicatore sintetico sull’intenzione di fare investimenti, il grado di utilizzo di forza lavoro ed impianti, il livello della domanda attuale e previsto…) tra le piccole imprese indicano che siamo tornati al livello della prima metà del 2009. Purtroppo, sarebbe stato illusorio sperare in una percezione diversa. L’Italia è in recessione, come è in recessione o in stagnazione il resto dell’area euro e dell’Unione europea. Purtroppo, le prospettive non sono e non possono apparire rosee.


Forte il senso di insicurezza di artigiani e commercianti riscontrato nella rilevazione che Roberto Weber ha curato per noi e che presenteremo nel pomeriggio. Ben oltre il 50% del campione ha paura per il futuro. La ragione di gran lunga prevalente dell’insicurezza è la carenza di domanda (“il mercato è in contrazione”). Quando pensa al proprio futuro, un terzo degli artigiani e dei commercianti è preoccupato di dover chiudere. Un altro terzo, dato sorprendente, è preoccupato di non avere una pensione adeguata. Sulle prospettive della propria azienda, soltanto un terzo degli imprenditori del campione fa previsioni positive. Vuol dire che molto difficilmente i restanti 2/3 faranno investimenti. Sono aspettative auto-realizzantesi. Vuol dire che molto probabilmente l’occupazione sarà in ulteriore contrazione.


Le difficoltà sono serie anche nell’area dell’agricoltura e del turismo. Oltre alle condizioni dell’economia, pesa su entrambi i settori il quadro normativo europeo: per l’agricoltura, è un quadro in divenire a causa della revisione della PAC; per il turismo, il quadro è stabile ma pericoloso a causa della Direttiva Servizi carente di adeguata attenzione alle specificità italiane. Unica eccezione, soprattutto in termini di tenuta dell’occupazione, è l’universo cooperativo. Sarebbe utile capire perché. Nei prossimi mesi organizzeremo un appuntamento di approfondimento dedicato all’impresa in forma cooperativa.


Oggi, ci proponiamo due obbiettivi. Innanzitutto, vorremmo provare ad immettere nell’agenda della politica e della politica economica maggiore attenzione all’economia reale, alle condizioni delle persone che lavorano, alle condizioni delle imprese. Fino a qualche giorno fa sarebbe stata un’iniziativa disperata. Oggi, l’avvio del Governo Monti rende l’iniziativa possibile.


La finanza pubblica è, inevitabilmente, il nostro assillo. L’asta dei Titoli di Stato di ieri lo ha ribadito. Gli spread minacciosi angosciano le nostre giornate come una marea nera che si alza e rischia di coprire tutto. Tassi di interesse oltre il 7%, oltre a zavorrare il debito, rendono ancora più costoso e meno accessibile il credito bancario alle imprese. Il debito pubblico va ridotto. Va ridotto senza tentare impossibili colpi risolutivi una tantum. Va ridotto attraverso interventi per un significativo e continuativo avanzo primario. Ma, qui è il punto di fondo che poniamo sin dall’inizio della legislatura: il debito pubblico non si riduce senza attenzione all’economia reale.


Oggi, la priorità è l’economia reale, i lavoratori e le imprese, il lavoro autonomo e la micro e piccola impresa. La riduzione del debito deve tornare ad essere un vincolo imprescindibile. L’obiettivo della politica economica deve diventare lo sviluppo, anzi lo sviluppo sostenibile.


Far entrare l’economia reale nel discorso politico e di politica economica vuol dire discutere le linee di fondo della politica macro-economica dominante in Europa ed, in particolare, nell’area euro.  Sarebbe, infatti, poco serio e poco rispettoso nei vostri confronti, venir qui a declinare una versione aggiornata della nota ricetta per il lavoro autonomo e la micro e piccola impresa, senza prima valutare la direzione di marcia scelta per uscire dal tunnel. 


Non c’è dubbio, siamo in una fase di straordinari cambiamenti. Il termine “crisi” è sempre meno utile a fotografare il passaggio in corso. [Siamo, in realtà, in una “grande transizione” articolata lungo quattro fondamentali assi: geo-economico e geo-politico; demografico; economico e sociale; ambientale. L’asse geo-economico e geo-politico del pianeta si sposta ad est e a sud. Le economie mature invecchiano a fronte di interi continenti segnati da giovani generazioni in movimento. Le disuguaglianze all’interno dei singoli stati nazionali si ampliano oltre il limite di funzionamento degli ordinamenti democratici, oltre che delle economie. La natura da straordinaria risorsa per il benessere dell’uomo è sempre più in sofferenza e si vendica con effetti sempre più pesanti in termini di vite perse.]


La transizione è una navigazione in mare aperto, ma la rotta è incerta. Innanzitutto, nell’Unione Europea e nell’area euro. L’euro è a rischio, non per colpa degli speculatori attirati dagli squilibri di finanza pubblica dei Pigs. L’euro e l’Unione europea sono a rischio a causa delle ampie asimmetrie di competitività delle aree legate alla moneta unica. Non possono convivere a lungo, a meno di non attuare crescenti trasferimenti dai bilanci pubblici, Paesi con significativi e continuativi attivi della bilancia commerciale con Paesi gravati da altrettanto significativi e ricorrenti deficit negli scambi di beni e servizi. Nell’Unione europea e, in particolare, nell’area euro, le radici della rottura del precario equilibrio del decennio alle nostre spalle non stanno nei debiti pubblici dei “Paesi peccatori”, ma in un sistema squilibrato dove “i peccatori”, grazie al loro indebitamento in larga misura privato, alimentavano le esportazioni dei cosiddetti “Paesi virtuosi”. Il debito privato, a sua volta, veniva contratto dalle famiglie per compensare la caduta dei redditi da lavoro e l’aumento della disuguaglianza.


Qualche giorno fa, i dati sugli ordinativi dell’industria hanno confermato, ancora una volta, l’inconsistenza della lettura che contrappone Paesi virtuosi e Paesi peccatori. Gli ordinativi a Settembre scorso sono declinati del 6,8% nell’area euro: -9,2% Italia, -6,2% Francia, -4,4% Germania. Mercoledì scorso la Germania non è riuscita a collocare Bund a 10 anni per quasi 3 miliardi di euro ed è dovuta intervenire la Bundesbank in soccorso. Insomma, la virtù degli uni si nutriva dei peccati degli altri. In tale quadro, insistere sulla austerità cieca e sull'ulteriore regressione delle condizioni delle persone che lavorano per percorrere tutti insieme la via dell’export porta tutti, anche i Paesi cosiddetti forti, a fondo. Senza promuovere lo sviluppo sostenibile e valorizzare il lavoro, senza sostenere la domanda interna europea, non si riduce il debito pubblico (Grecia insegna).


Non possiamo sopravvivere di solo export. In particolare, quando tutti, in Europa e fuori vogliono vivere di export. I leader dell’area euro guardano alla realtà con gli occhiali di una piccola economia aperta. Insieme, però, le 17 piccole economie aperte compongono una grande economia chiusa. La svalutazione reale, cercata attraverso il contenimento del costo diretto ed indiretto del lavoro, una sorta di germanizzazione dell’area euro, non funziona, come dimostrano i recenti dati sugli ordini dell’industria.


Il sostegno alla domanda può derivare non soltanto da risorse pubbliche. Può derivare da una meno squilibrata distribuzione del reddito e della ricchezza. Oggi, l’equità non è soltanto un valore etico. Oggi, l’equità è una variabile macroeconomica propulsiva dello sviluppo sostenibile.


Per correggere verso l’alto i differenziali di competitività e promuovere sviluppo sostenibile e lavoro, è necessaria “più Europa”. Noi, l’Italia, dobbiamo fare tutti i nostri compiti a casa. Ma noi viviamo le conseguenze più pesanti dei “difetti di governance” dell’area euro, come indicato dal Presidente Monti nelle sue comunicazioni al Parlamento. Difetti strutturali dell’impalcatura politica, istituzionale ed economica dell’unione monetaria. Il punto fondamentale è la cessione della residua e formale sovranità sulle politiche economiche ad una sede federale dell’area euro, legittimata per via democratica, per condividere e recuperare sovranità effettiva nell’economia globale.


Il passaggio di sovranità è condizione necessaria per interventi risolutivi. 1) una banca centrale in grado di svolgere la funzione di prestatore di ultima istanza ed arginare la pressione sui titoli del debito pubblico dei Paesi solvibili, ma in emergenza di liquidità ed in grado di ricapitalizzare le banche in sofferenza; 2) un adeguato "Fondo salva-Stati" in grado di sostituire nelle operazioni straordinarie la Bce; 3) un significativo bilancio pubblico per l’area euro in grado di finanziare, con risorse comunitarie raccolte attraverso l’emissione di Euro-project bonds e la tassa sulle transazioni finanziarie, investimenti nelle infrastrutture materiali ed immateriali; 4) un coordinamento delle politiche retributive e della tassazione per evitare la svalutazione del lavoro come via, impossibile, alla competitività. Le quattro lacune vanno colmate al più presto per riuscire a correggere le asimmetrie di competitività nello spazio monetario unico e sostenere una domanda interna europea sempre più debole. Soltanto così si può salvare l’euro e l’Unione europea.


L’inversione di rotta della politica economica dell’area euro non è parlar d’altro rispetto ai problemi dell’Italia. Un paio di anni fa, eravamo abbastanza solitari nella nostra insistenza sulla profondità della crisi e sulla necessità di una adeguata risposta dei governi dell’euro-area per lo sviluppo sostenibile. Oggi, siamo in numerosa ed ottima compagnia. Oggi, è sempre più evidente che correggere la rotta dell’euro-area definita dalla Germania è condizione necessaria per uscire dal tunnel della stagnazione, dell’emorragia di lavoro e di perdita di imprese e dal peso soffocante del debito pubblico. Condizione necessaria, certo non sufficiente.


Noi, l’Italia, abbiamo tanti e difficili compiti a casa da fare. Siamo in ritardo. Il “decennio perduto”, infatti, oltre a essere una certezza del nostro passato, è un rischio reale per il futuro. Per ricostruire l’Italia, come in tutti i momenti alti della nostra storia repubblicana, le forze migliori del Paese devono cooperare. La ricostruzione richiede un patto tra soggetti della politica e le rappresentanze delle imprese e del lavoro, secondo i principi di “sussidiarietà costituzionale”.


Per ricostruire l’Italia in un quadro cooperativo sosteniamo con convinzione il Governo Monti. L’Italia, come in altri passaggi decisivi della sua storia, ha reagito con orgoglio e senso di responsabilità all’emergenza non soltanto economica, ma politica, democratica e morale.


Allora, grazie alla straordinaria iniziativa del Presidente della Repubblica a cui va, oltre al nostro sentito ringraziamento, anche il nostro affetto e la nostra stima. Grazie ai partiti di centrosinistra, al Partito democratico in particolare. Grazie al Terzo Polo e al PdL. Grazie anche a tutte le forze economiche e sociali. Avremmo voluto ringraziare anche la Lega, la forza politica che ha alimentato e condiviso fino all’ultimo giorno le scelte e gli errori del Governo Berlusconi. Ma la Lega sfugge alle sue responsabilità. Il comportamento della Lega dimostra che, nonostante un decennio di governo nazionale, rimane un movimento protestatario e periferico, in grado di esprimere singoli amministratori di qualità, ma privo come partito del senso di interesse generale per essere forza di governo. Con la posizione assunta verso il Governo Monti, la Lega dimostra che non potrà mai essere il partito del Nord produttivo. Il Nord, i suoi lavoratori e le sue imprese hanno bisogno di una rappresentanza politica in grado di guardare oltre le presunte convenienze elettorali di breve periodo.


Il Governo Monti è una straordinaria opportunità per l’Italia. Quanto rileva per la credibilità del Paese, dopo tre anni e mezzo di marginalità politica, la foto di ieri sulla prima pagina del Financial Times con Merkel, Sarkozy e Monti in conferenza stampa congiunta a Strasburgo?


Il Governo Monti chiude una crisi di sistema, il sistema della cosiddetta “Seconda Repubblica”. La politica non abdica, ma riconosce la fase straordinaria in corso. Noi sosteniamo il Governo Monti con lealtà e responsabilità. Noi operiamo in Parlamento affinché il Governo porti avanti il programma ambizioso ma necessario per avviare la risoluzione dei problemi dell’Italia per troppo tempo lasciati aggravare da chi ha fatto finta di non vedere, salvo intervenire spinto dalle emergenze. Lo facciamo con la bussola delle nostre idee, con la nostra autonoma capacità di elaborazione programmatica.


Si legge in questi giorni di una ulteriore manovra correttiva. Si continua a rappresentare la finanza pubblica come fosse indipendente dall’economia reale. Si continua a far finta che si possa avere una qualche speranza di crescita, grazie alla pozione magica delle riforme strutturali, con qualsivoglia portata di abbattimento del deficit. Non è così. E non perché “la crescita si fa per decreto”, secondo il ritornello di moda fino a qualche giorno fa. Ma per una ragione banale: sottrarre nel giro di un paio d’anni all’economia reale 3-4 punti di Pil all’anno di risorse, è irrilevante se con minori spese o maggiori entrate, in un quadro dove i principali mercati di sbocco subiscono la stessa “cura”, rende inevitabile una pesante e lunga contrazione.


Allora, valutiamo bene ulteriori manovre correttive. Le condizioni della nostra finanza pubblica sono solide. Abbiamo problemi di liquidità, non di solvibilità. Il nostro debito pubblico è solvibile. Abbiamo fatto manovre che, in un quadro di tenuta dell’economia, dovrebbero portare al pareggio di bilancio nel 2013 e ad un avanzo primario strutturale al 6% del Pil dal 2014. Sono le condizioni di gran lunga migliori nell’Unione europea.


Una manovra aggiuntiva per tentare di compensare gli effetti sulla finanza pubblica della recessione in corso aggraverebbe il circolo vizioso in atto (recessione, interventi correttivi, maggiore recessione). Si aggraverebbero ulteriormente anche le sofferenze del sistema bancario che, a loro volta determinerebbero un’ulteriore contrazione del credito alle imprese ed ulteriori effetti negativi anche sulla finanza pubblica. La Banca d’Italia qualche giorno fa ha reso noto che a Settembre 2011 le sofferenze bancarie arrivano a circa 100 miliardi di euro, il 40% in più dell’anno precedente. Per le famiglie produttrici, ossia il lavoro autonomo e la micro e impresa, le sofferenze salgono in un anno del 27% (da 7,8 a 9,9 miliardi di euro).


In tale contesto, noi riteniamo prioritario individuare, in termini di minori spese e maggiori entrate, le risorse previste dalla delega per la riforma fiscale ed assistenziale: un buco di 20 miliardi di euro all’anno dal 2014.


Equità e sostegno allo sviluppo sono i criteri guida per redistribuire i costi economici e sociali degli interventi. Va ricordato che, sul terreno dell’equità, la partita precedente non si è conclusa 2 a 2. Piuttosto è stata 4 a zero la sconfitta subita dai redditi bassi e medi.


Per recuperare le risorse previste dalla delega per la riforma fiscale ed assistenziale, riteniamo ancora valide le proposte messe a punto all’inizio dell’estate per emendare i Decreti di finanza pubblica del governo Berlusconi: una riduzione selettiva e mirata di alcune agevolazioni fiscali in essere. Efficaci misure anti-evasione. E, soprattutto, un’imposta patrimoniale ordinaria.


Dato che per il 2012 e per il 2013 alla delega in oggetto sono affidati effetti pari, rispettivamente, a 4 e 16 miliardi, gli interventi previsti renderebbero disponibili 16 miliardi per il 2012 e 4 miliardi per il 2013. Da utilizzare per finanziare investimenti degli enti territoriali, in particolare dei comuni. Da utilizzare per un “Programma straordinario per il lavoro giovanile e femminile”. Non solo lavoro subordinato. Ma anche lavoro autonomo ed imprenditorialità innovativa. Da utilizzare, infine, per la ricapitalizzazione dei “Consorzi Fidi” e per il reintegro delle risorse tagliate dalle recenti manovre di finanza pubblica al Fondo Interbancario di Garanzia.


E poi un intervento una tantum per liquidare una parte dei debiti delle pubbliche amministrazioni verso le micro e piccole imprese da finanziare con un prelievo straordinario sui capitali condonati nel 2009.


Ovviamente anche la spesa deve fare la sua parte. Tagli profondi sono stati effettuati. Sono stati fatti alla cieca con il risultato di accentuare le inefficienze e colpire prestazioni fondamentali di cittadinanza sociale. Abbiamo bisogno, contestualmente alla profonda riorganizzazione delle macchine amministrative a tutti i livelli, di riqualificare e di riallocare la spesa, innanzitutto tra spesa corrente e spesa in conto capitale.


Insomma, oggi, per i piccoli, per le medie e grandi imprese, per i lavoratori, la priorità è lo sviluppo sostenibile da affermare sotto all’imprescindibile vincolo della riduzione del debito pubblico. Va sostenuta la domanda interna dell’Italia e di tutti gli altri partners della moneta unica.


Infine, il messaggio politico centrale della nostra Conferenza. 


Il rapporto tra politica ed imprese caratteristico della cosiddetta “Seconda Repubblica” è stato sbagliato. Però, non si può mettere tutti sullo stesso piano.


Noi abbiamo tentato la strada giusta. Ma era una “sfida asimmetrica” la proposta del centrosinistra ai “piccoli”. Noi, centrosinistra eterogeneo e litigioso, chiedevamo alle imprese una brusca evoluzione sia sul piano fiscale che industriale. Però, non riuscivamo a dare in cambio le necessarie riforme di contesto pur tenacemente ricercate dalle componenti riformiste della coalizione. Così, la “sfida asimmetrica” era inevitabilmente perdente in termini elettorali.


Il berlusconismo non ha neanche tentato. Ha proposto alle imprese una riedizione del “compromesso al ribasso” degli anni ’80. Una programmata inerzia sulle riforme in cambio del “fai da te amorale”. Una proposta vincente sul piano elettorale, ma insostenibile in un’Italia aperta ai mercati globali e priva delle svalutazioni competitive e della possibilità di accumulare debito pubblico.


La lunga stagione del populismo senza riforme va chiusa. [La metrica della politica deve diventare europea: partiti democratici e trasparenti, regolati dalla legge, grandi istituzioni dedicate all’interesse comune. Legge elettorale in grado di garantire ai cittadini il diritto di scelta dei rappresentanti parlamentari. Così, superate le degenerazioni personalistiche ed autoreferenziali, la politica può trovare la forza culturale, morale ed organizzativa per mettersi al servizio della ricostruzione dell’Italia. Le riforme del sistema politico ed istituzionale non sono meno necessarie delle riforme economiche e sociali. L’Italia vive un’emergenza democratica non meno rischiosa dell’emergenza economica. Il distacco tra istituzioni di rappresentanza democratica, il Parlamento innanzitutto, ed i cittadini è enorme.] Oggi, grazie al Governo Monti, l’agenda del Parlamento torna ad includere le priorità dei lavoratori e delle imprese, delle famiglie. È un passo avanti decisivo.


Oggi, si possono porre le basi di un “Patto per la ricostruzione”, per lo sviluppo sostenibile, per il lavoro, come auspicato anche nel “Manifesto per l’Italia” sottoscritto da tutte le associazioni di categoria delle imprese il 30 Settembre scorso.


Nel patto per la ricostruzione dell’Italia, il PD si impegna su un ventaglio di politiche e di riforme. Oltre alle misure specifiche per il lavoro autonomo e la micro e piccola impresa, interventi orizzontali, ossia le riforme di contesto a lungo cercate nella Seconda Repubblica: ristrutturazione profonda delle pubbliche amministrazioni, in particolare della giustizia civile; riorganizzazione del welfare; riscrittura dell’assetto fiscale, federalismo incluso, per premiare i produttori; investimenti pubblici e privati nelle infrastrutture; politiche industriali e sostegno all'innovazione, alla ricerca, alla scuola e all'università, alla formazione permanente; politiche per le energie rinnovabili e l’abbattimento dei costi dell’energia; liberalizzazione dei mercati dei servizi alle persone e alle imprese; riforme della rappresentanza politica, economica e sociale e delle istituzioni democratiche e, non ultimo in termini di rilevanza, innalzamento del capitale sociale, della legalità e del civismo.


Compiti impegnativi investono anche le associazioni di rappresentanza e le imprese: per patrimonializzare le aziende ed investire nell’innovazione; per scommettere sulla qualità del lavoro, ad esempio sulla scia dell’’accordo del 28 Giugno scorso sulla riforma del modello contrattuale e delle relazioni industriali; per mettere in rete funzioni a monte e a valle dei processi produttivi e così superare gli handicap della dimensione e valorizzarne fino in fondo i vantaggi di flessibilità e rapidità di adattamento alle variazioni dei mercati; per contribuire a rafforzare il capitale sociale e sanzionare i comportamenti devianti, in particolare le attività “in nero” e l’offensiva della criminalità organizzata verso tante imprese in difficoltà finanziarie; compiti impegnativi per consentire, quando utile, una gestione manageriale di provenienza esterna pur nella conservazione della proprietà familiare; per promuovere più elevati livelli di scolarizzazione del management sia familiare che esterno.  


Un punto è fuori discussione: la ricostruzione dell’Italia è impossibile senza liberare le potenzialità del lavoro autonomo e delle micro e piccole imprese. È il dato culturale e politico, oltre che economico, dal quale vogliamo partire.


Allora, dedichiamo la nostra Conferenza al lavoro autonomo ed alla micro e piccola impresa perché quasi nulla accomuna una impresa con due dipendenti e un’impresa con 200 dipendenti. La loro organizzazione, i loro mercati , i loro problemi sono così diversi da rendere inapplicabili alle prime le soluzioni pensate per le seconde e viceversa.


Come del resto bisogna tener conto che si affacciano sul mercato del lavoro centinaia di migliaia di giovani, spesso con un’alta formazione. Non trovano le condizioni minime per avviare imprese innovative, condannati all’inattività o all’emigrazione. Sono forze per la ricostruzione morale ed economica dell’Italia. Da questi giovani possono nascere aziende in grado di usare la globalizzazione invece di subirla. Aziende che producano e vendano idee e facciano della rete la loro infrastruttura reale. Oggi, già sono migliaia le iniziative di questo tipo, ma potrebbero diventare centinaia di migliaia e trasformare in PIL il patrimonio di eccellenza e gusto, sapienza e creatività, eleganza e saper vivere che il mondo invidia e vuole acquistare. Perché, come ha scritto Carlo Cipolla, “l’Italia prospera quando sa produrre cose che piacciono al mondo”.


Noi ci rivolgiamo ai lavoratori e alle lavoratrici autonome, ai micro e piccoli imprenditori ed imprenditrici non soltanto come protagonisti economici. Ci rivolgiamo a voi come pilastro della classe dirigente del Paese. Non vogliamo discutere con voi soltanto delle politiche per il lavoro autonomo e per la micro e piccola impresa. Vogliamo discutere con voi delle scelte politiche e di politica economica strategiche per l’Italia e per l’Unione europea. Per troppo tempo, la dimensione economica delle imprese rappresentate è stata considerata variabile inibitiva di adeguato riconoscimento politico. La costituzione di “Rete Imprese Italia” e di “Alleanza per le Cooperative” sono stati passaggi importanti per svegliare la politica, troppo abituata ai protagonisti del fordismo, tra l’altro mai veramente prevalente nell’economia italiana.


Il nostro programma di ricostruzione dell’Italia è, prima che un insieme di proposte specifiche per il lavoro autonomo e la micro e piccola impresa, il riconoscimento del protagonismo politico de “i piccoli”.


Pertanto, non voglio entrare nel merito delle nostre proposte. Le trovate dettagliate nel documento preparatorio scritto per la nostra Conferenza. Indico le priorità sulle quali intervenire. Sono state chiarite nel percorso di avvicinamento a Monza.

  1. Credito, il relativo rischio di usura ed i caratteri della riscossione affidata dalla legge ad Equitalia.
  2. Pubbliche amministrazioni, non solo per il controllo, la riduzione e la riqualificazione della spesa corrente, ma per la riorganizzazione profonda della macchina amministrativa.
  3. Fisco per spostare il carico fiscale dalle forze produttive alle rendite, ai grandi patrimoni e all’enorme ed anomala area dell’evasione, così da favorire la capitalizzazione e gli investimenti.
  4. Liberalizzazione dei mercati e privatizzazione e delle società pubbliche locali.
  5. Politiche per l’innovazione tecnologica, organizzativa, giuridica e per l’ internazionalizzazione.
  6. Politiche per l’energia.
  7. Interventi specifici per il commercio, l’artigianato, l’agricoltura, il turismo.
  8. Riforma delle Istituzioni e della politica a tutti i livelli di governo.

In conclusione, siamo sicuri che i lavori di oggi offriranno idee preziose ed aiuteranno il Pd a portare nelle sedi di decisione politica, nazionali e territoriali, innanzitutto in Parlamento come contributo al programma del Governo Monti, proposte adeguate ad affrontare i problemi del lavoro autonomo e della micro e piccola impresa. Quindi, i problemi centrali della ricostruzione dell’Italia.

L’Italia ha sempre dimostrato nella sua storia una straordinaria capacità di recupero. L’Italia è poco abituata a fare bene nell’ordinaria amministrazione. Sappiamo, però, rimboccarci le maniche di fronte a sfide ambiziose e difficoltà apparentemente insormontabili. L’Italia ce l’ha fatta in altre fasi drammatiche. L’Italia ce la farà anche questa volta. 


Buon lavoro a tutti noi.




 









Lista completa »

· Visualizza i risultati per parola 'welfare' »

TAGCLOUD
attività parlamentare donne parità di genere legge di stabiità terzo settore elezioni università decreto sanità emilia-romagna festa. unità pensioni bologna sanità affari sociali salute welfare esodati Bersani legge di stabilità


AGENDA
07 agosto 2017
Casalecchio Festa Unit Piazza del Popolo: Donne e lavoro: violenze da fermare e diritti da acquisire
02 agosto 2017
Anniversario della strage alla Stazione di Bologna
13 luglio 2017
Testamento Biologico: perch una legge sul fine vita.

Archivio appuntamenti »

VIDEO



LINK
Camera dei deputati
www.camera.it
Partito Democratico
beta.partitodemocratico.it
Partito Democratico - Emilia Romagna
www.pder.it
Partito Democratico - Iscriviti al PD
www.pdbologna.org

Copyright Donata Lenzi - C.F. LNZDNT56H69A944X - Privacy policy - site by Antherica srl