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Ore drammatiche. Il compito del Pd
11 novembre 2011

 

Comunque vada a finire il governo Berlusconi è caduto ed è caduto sull'economia (come aveva intuito sin dall'inizio Bersani) dopo aver negato fino all'ultimo che la crisi ci fosse. 

Chiunque ha un'impresa o è dipendente di una impresa, chiunque chieda un mutuo in banca o in una banca lavora, chiunque cerca ora in questo nostro paese un lavoro regolare sa che la crisi c'è, è grave e assale i fondamentali della nostra economia. Siamo sull'orlo del fallimento. Siamo la settima potenza industriale del mondo, pensate che si possa crollare così, senza che ci siano conseguenze per il mondo intero? E quindi il mondo intero si occupa di noi. Ci ha detto per mesi “mandatelo via e fate qualcosa” e adesso ci dice anche cosa fare, che ci piaccia o no. 

Ma vorrei riepilogare le ore drammatiche degli ultimi giorni nei quali è giunta alla fine la seconda repubblica. D'ora in poi tutto cambia.


Martedì: voto sul rendiconto, la maggioranza prende 308 voti, 321 non votano. Una maggioranza che in altri momenti sarebbe bastata, ma che ora è la misura del consenso a Berlusconi e al suo governo e certifica che la maggioranza assoluta (315) non c'è più. Non se lo aspettavano, come si comprende dall'affannosa ricerca sui tabulati dei nomi dei “traditori”. Alle 18,30 Berlusconi sale al Colle, alle 19,52 annuncia le dimissioni “differite” a dopo l'approvazione della legge di stabilità.

Mercoledì: la giornata si apre nell'incertezza: va o è una finta? Se lo chiedono anche i mercati che restano instabili. Alle 9,54 Brunetta annuncia “soluzione geniale il governo resta fino a Natale”, lo spread torna a salire a 560 punti e le azioni Mediaset crollano in Borsa del 9%. Alle 16,30 un duro comunicato del Quirinale recita: “dimissioni nessuna incertezza”, alle 19,19 il Quirinale annuncia la nomina di Monti a senatore a vita. Un colpo da maestro. E’ Napolitano che guida e regge il paese, è lui l'unico interlocutore riconosciuto dai governi di tutto il mondo a lui, primo comunista ad entrare negli Usa telefona a Obama. Paradossi della storia. 


Giovedì: accelerazione dei tempi, entro sabato si approva la manovra e il premier si dimette, domenica consultazioni ed incarico. Poche ore per decidere. E' la fine di un'epoca. La fine di un altro ventennio di cultura populista e di destra che è penetrata a fondo nel paese e ne condizionerà il futuro. E' un travaglio il cui esito politico non è facilmente prevedibile. Adesso la crisi politica travolge e frantuma la Pdl senza la quale, sia chiaro, non si fa un governo di responsabilità nazionale.


Il Pd. Ci siamo assunti in pieno la responsabilità di sostenere un governo di emergenza perché l'emergenza c'è. Bersani ha dimostrato grande senso di responsabilità e generosità personale (è ovvio che sarebbe stato il naturale candidato a guidare la coalizione in caso di elezioni subito). Ricordiamocelo perché è in politica dote rara. Ha chiarito che la nostra disponibilità è vincolata ad alcuni importanti paletti: di contenuto, il prezzo della crisi venga fatto pagare a chi ha di più e senza dimenticare l'equità, e di nomi, discontinuità con il governo precedente e netto profilo tecnico. Una gran parte di noi, me compresa, sente la difficoltà di aderire ad un piano di risanamento dettato da un'Europa governata dalle destre fortemente orientato alla riduzione della spesa pubblica, welfare compreso. Ma nel conflitto tra responsabilità e proprie convinzioni in questo momento deve prevalere il senso di responsabilità, ogni giorno che passa lascia debiti.





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