»
Newsletter »
   HOME       BIOGRAFIA       I MIEI INTERVENTI       ARCHIVIO NEWS       COMUNICATI STAMPA       DOCUMENTI       CONTI IN TASCA       RESOCONTO DI MANDATO       CONTATTI   


Federalismo municipale di Marco Causi
02 marzo 2011

 

Comunicazioni del Governo sul federalismo municipale

Montecitorio, martedì 1 marzo 2011

Intervento di Marco Causi in discussione generale

Un regalo alla rendita, più tasse su lavoro e impresa

Signor Presidente, Secondo l'analisi dei servizi tecnici del Parlamento, contenuta nella relazione semestrale sull'attività svolta dalla Commissione bicamerale per l'attuazione del federalismo fiscale, la legge delega 42 del 2009 contiene 20 oggetti. Di questi, solo due sono stati finora attuati (trasferimento del patrimonio e fabbisogni standard di Comuni e Province; Roma Capitale non conta, perché manca ancora il vero decreto, quello su poteri e risorse). I decreti in corso affrontano 7 temi, mentre per altri 11 oggetti di delega siamo in alto mare. C'è quindi da registrare un ritardo nell'attuazione, con una distanza molto grande fra le tante parole e i pochi fatti (i pochi numeri, le scarne e confuse proposte) che il Governo è capace di mettere in campo. Fra gli "oggetti mancanti" spiccano i fondi perequativi, la perequazione infrastrutturale, gli interventi speciali, i livelli essenziali delle prestazioni nei settori che ancora non li hanno, l'armonizzazione dei bilanci, il vero decreto per Roma Capitale, le Città metropolitane. Si deve poi tenere conto del fatto che ciascun decreto rimanda a "grappoli" di ulteriori decreti correttivi, Dpcm, regolamenti e altri atti attuativi. Nel decreto sul fisco comunale ad esempio, su cui il Governo ci chiede oggi di procedere prendendo come riferimento il parere del relatore La Loggia respinto dalla Commissione bicamerale, si rimanda a tre nuovi ulteriori decreti (per la riforma della Tarsu-Tia, per la riforma dell'addizionale Irpef e per i fondi perequativi) e a due regolamenti (sui contributi di scopo). Ciò dipende dalla complessità della riforma avviata con la legge 42, che non a caso prevede sette anni per l'attuazione (due per i decreti e cinque per la fase provvisoria), ma anche dalla lentezza e dall'inadeguatezza mostrate in questi due anni dal Governo, che ha preferito spostarsi dal terreno di un serio e approfondito lavoro di riforma a quello, più congeniale all'attuale esecutivo, della propaganda, degli slogan e perfino dei fumetti sbandierati nelle conferenze stampa al posto di ben più noiosi grafici e tabelle. A questi ritardi si è voluto reagire con accelerazioni inconsulte e con forzature, fino allo scivolone di mandare un decreto ancora non perfezionato alla firma del Quirinale per vederselo rispedire al mittente. Per andare avanti nell'attuazione della legge 42 ci vogliono serenità, equilibrio, saggezza. Il contrario della fretta e del nervosismo che in questi giorni contraddistinguono l'azione del Governo, per chiara conseguenza della crisi politica della sua maggioranza. Fermarsi e riflettere, utilizzando in modo appropriato le sedi istituzionali, come la Commissione bicamerale: a questo non c'è alternativa, pena il deragliamento dell'intero processo. Detto questo, il Partito Democratico ha sempre avuto e continuerà ad avere un atteggiamento costruttivo sull'attuazione dell'articolo 119 della Costituzione, ovvero sulla riforma dei rapporti finanziari fra Stato, Regioni e autonomie locali (per la quale è invalsa la convenzione politica di usare il termine di "federalismo fiscale"). E' stato il centrosinistra a fare la riforma del Titolo V (su cui sarebbe necessaria una riflessione serena e una messa a punto, nell'ambito di più generali riforme costituzionali) ed è stato il Partito Democratico, con la sua iniziativa politica e parlamentare (più di cento emendamenti approvati) a spostare il progetto della legge 42 dall'iniziale impostazione di egoismo territoriale all'attuale testo, equilibrato e garantista. Anche se in fase di attuazione può rinascere (ed è rinata) la tentazione di usare la legge 42 in modo inutilmente punitivo nei confronti delle aree deboli del paese, va detto che l'intonazione antimeridionalista delle politiche del Governo Berlusconi è emersa molto più negli atti ordinari di legislazione e di amministrazione che nel percorso della riforma federalistica. Lo stesso può dirsi per il profilo fortemente anti-autonomistico e centralizzatore delle politiche degli ultimi tre anni, ivi comprese le politiche finanziarie. Qualcosa ha contato e conta la crisi economica e di finanza pubblica: la riforma della finanza locale e regionale è di per sé difficile, attuarla in una fase di crisi come quella in cui siamo entrati dal 2008 rende tutto doppiamente più difficile. E tuttavia, lo sbaglio del centrodestra in questa legislatura continua ad essere di avere puntato tutto sul federalismo fiscale dimenticandosi le altre riforme strutturali, a partire dalla Carta delle autonomie (semplificazione dei livelli di governo, "chi fa cosa" per superare le sovrapposizioni, razionalizzazione degli enti territoriali e delle loro funzioni sulla base del principio di adeguatezza). E comunque, diversamente da quanto la Lega Nord ha finora detto al suo elettorato, la legge 42 non è uno strumento con cui redistribuire le risorse a vantaggio dei territori più forti. E' invece uno strumento per riscrivere in modo moderno il patto fra Nord, Centro e Sud, per riformare i meccanismi di funzionamento della pubblica amministrazione locale (con il riferimento ai costi standard, e cioè all'efficienza e a una migliore "governance"), per definire in modo trasparente gli obiettivi del welfare garantito dalla Repubblica (con il riferimento ai livelli essenziali delle prestazioni, agli obiettivi di servizio e al patto di convergenza), per dare più autonomia dentro un quadro di vero coordinamento fra i diversi livelli di governo. La Commissione bicamerale per l'attuazione del federalismo fiscale, nel suo lavoro sui testi proposti dal Governo, è stata finora una sede vera di discussione e, laddove possibile, di condivisione. Ne va dato atto al Ministro Calderoli, che ha fatto di tutto per evitare che questa riforma, nella presente legislatura, facesse la fine della "devolution". Tutti i decreti finora passati al vaglio della Commissione, compreso quello sul fisco comunale, sono stati profondamente modificati dal Parlamento. E il Partito Democratico, dopo essersi confrontato nel merito a partire dalle proprie proposte, ha sempre scelto il suo atteggiamento di voto sulla base di una valutazione di merito, e non pregiudiziale. Ci siamo astenuti sul decreto relativo al trasferimento del patrimonio - dopo aver contribuito a migliorarlo notevolmente, ivi compresa la difesa dei parchi naturali e nuove rigide regole sui processi di alienazione - perché alla fine il perimetro del patrimonio effettivamente trasferito è molto ridotto, a causa dell'assenza dei beni della difesa. Abbiamo votato a favore del decreto su Roma Capitale, anche in questo caso dopo averlo migliorato: chi fra noi non è d'accordo che Roma sia la Capitale della Repubblica, soprattutto in questi giorni di ricordo e di rinnovata memoria degli eventi di centocinquanta anni fa? Abbiamo votato contro il decreto sui fabbisogni standard di Comuni e Province perché, nonostante le modifiche apportate, è restato sganciato dalla definizione, per noi ineludibile, dei livelli essenziali delle prestazioni nei servizi di welfare costituzionalmente garantiti. Anche sulla finanza comunale la nostra posizione è di merito, e non pregiudiziale. Il Governo e il relatore La Loggia hanno scritto e riscritto questo decreto per quattro volte, e lo hanno ulteriormente modificato nelle ore finali di lavoro in Commissione bicamerale, nel tentativo non riuscito di convincere al voto favorevole qualcuno in più dei quindici componenti della maggioranza. Questo la dice lunga sulla qualità dei materiali che vengono trasmessi dal Consiglio dei Ministri e sulla confusione cha ha caratterizzato i lavori in materia di finanza comunale. E non ci si venga adesso a dire che le numerose modifiche apportate rappresentano una sorta di "accoglimento" delle richieste dell'opposizione in cambio del quale modificare il nostro giudizio negativo. Solo per fare un esempio, se siamo riusciti a convincere il Governo, il relatore La Loggia e la maggioranza dell'impossibilità di basare il nuovo sistema delle entrate comunali sulle imposte di registro, ipotecarie  e catastali sui trasferimenti immobiliari, come era previsto nella prima versione del decreto, poiché tali imposte hanno un'elevatissima variabilità nello spazio e nel tempo, ciò è avvenuto non all'interno di un banale sistema di scambio fra proposte emendative e voti in Commissione, bensì piuttosto tramite un'ampia discussione culturale e scientifica, e non solo politica e istituzionale, per la quale Governo e maggioranza dovrebbero piuttosto ringraziare: molte modifiche apportate nel corso dei mesi riducono almeno i danni potenziali che la riforma contenuta in questo decreto potrà generare. Uno schema di decreto che è passato attraverso quattro versioni denota confusione da parte del Governo. Ma c'è un motivo ben preciso, oserei dire scientifico, che spiega perché il Governo e la maggioranza di centrodestra sono entrati in stato confusionale quando hanno dovuto affrontare il tema della finanza comunale. Tutto deriva dalla debolezza strutturale dell'impianto del decreto, che a sua volta nasce dalla volontà politica di non conferire alcuna vera autonomia impositiva ai Comuni italiani. Su cosa si basa infatti, in tutto il mondo, l'autonomia impositiva dei Comuni? Su imposte legate alla proprietà immobiliare e/o all'uso dei servizi urbani, generalmente approssimato dallo spazio utilizzato. Insomma, su imposte simili per tipologia all'Ici, o comunque rapportate ai metri quadri occupati. Ma l'abolizione dell'Ici sulla prima casa è stato il terreno su cui, fin dalla campagna elettorale del 2006, il centrodestra italiano ha compiuto un'operazione di populismo demagogico, ad alta redditività emotiva ed elettorale, rispetto alla quale non può più tornare indietro. Con il risultato che oggi non è in grado di proporre alcun razionale disegno per il nuovo fisco comunale. L'approdo è la proposta contenuta nello schema del relatore La Loggia: una proposta che non dà vera autonomia impositiva ai Comuni; non costruisce un principio di beneficio fra amministratori e comunità amministrate; aumenta in modo scoordinato e sensibile leve fiscali diverse da quelle relative al patrimonio immobiliare o ad altri indicatori di occupazione dello spazio urbano, colpendo invece i redditi da lavoro e d'impresa; mette i Comuni italiani in una situazione di maggiore dipendenza dai trasferimenti, sotto forma di compartecipazione o di perequazione: un esito paradossale, se pensiamo che dovremmo attuare qualcosa che abbiamo chiamato "federalismo". Una proposta, infine, che non trova consonanza con nessuno dei modelli di finanza comunale esistenti nel resto del mondo. Negli Stati Uniti, ad esempio, ogni cittadino proprietario della casa in cui abita paga annualmente al proprio municipio un'imposta che, nella media di tutta la federazione, è stata pari a 1.917 dollari nel 2009, con oscillazioni che vanno dal minimo nei comuni della Louisiana (243 dollari) al massimo nelle città del New Jersey (6.579 dollari). In percentuale sul valore mediano degli immobili la "property tax" americana varia fra l'1,8 per mille e l'1,89 per cento. Un intervallo di variazione di ben dieci volte, di gran lunga superiore a quello che lo Stato italiano concede sull'Ici. Ecco la vera autonomia impositiva, ecco il vero federalismo: basterebbe guardare, e non a caso, all'esperienza degli Stati Uniti. Continuando con gli esempi, in Francia le tasse locali destinate a finanziare i servizi indivisibili di prossimità (viabilità, scuole, sicurezza, pulizia, asili nido, assistenza, infrastrutture urbane, ecc.) sono due. Una, la tassa di proprietà ("taxe fonciére"), è pagata dal proprietario e l'altra, la tassa sui servizi ("taxe d'habitation"), è pagata dal conduttore, e quindi dallo stesso proprietario se abita in una casa che possiede oppure dall'inquilino. La "taxe fonciére", nel 2009, varia fra un minimo di 552 euro all'anno a un massimo di 1.132 euro. La "taxe d'habitation" fra un minimo di 395 euro all'anno a un massimo di 1.164. In media, sugli appartamenti residenziali, la somma delle due tasse è stata, sempre nel 2009, pari a 1.502 euro. Nel Regno Unito la "Council tax" è basata sulla proprietà residenziale e nel 2008 il suo importo medio è stato di 1.146 sterline, equivalenti al cambio attuale a 1.340 euro. In Germania la tassa locale sulla proprietà si chiama "Grundsteuer" e parte da un'aliquota minima federale dello 0,35 per cento sul valore catastale. L'aliquota media attualmente in vigore nei Comuni tedeschi è l'1,9 per cento, quasi tre volte l'aliquota massima applicata alla nostra Ici. In Spagna l'"Impuesto sobre bienes immuebles" (Ibi) è molto simile alla nostra Ici: si paga sul valore catastale degli immobili con aliquote oscillanti fra lo 0,5 per mille e l'1 per cento. Si vede bene da questa veloce rassegna che sia in paesi federali come gli Stati Uniti, la Germania e la Spagna, sia in paesi non federali come la Francia e il Regno Unito, l'imposta patrimoniale immobiliare locale ha un ruolo ben più ampio della nostra Ici, anche considerando la vecchia Ici, quella precedente la completa esenzione della prima casa, avvenuta nell'estate del 2008 con uno dei primi provvedimenti della presente legislatura. In tutti i paesi l'imposta legata agli immobili è, da un lato, la tipica imposta comunale, dall'altro lato, un elemento di equilibrio del "tax design" complessivo. Si tratta di un concetto caro (in teoria) al nostro Ministro dell'economia, il quale ha spesso affermato che bisogna tassare di più le "cose" e di meno le "persone". Difficile però ricordare nella storia politica italiana una distanza così siderale fra le teorie manifestate dallo studioso e i fatti prodotti dal Ministro. L'Ici sulla prima casa aveva in Italia un valore medio di circa 250 euro. Il Governo Prodi la aveva già abolita per il quaranta per cento delle famiglie italiane, quelle per le quali il valore dell'Ici era inferiore a 300 euro. Il centrodestra, per cavalcare promesse elettorali dal sapore demagogico, l'ha abolita alle restanti famiglie, quelle che abitano in immobili di maggior valore e pregio. Un'operazione su cui oggi, in occasione della riforma del fisco comunale, è opportuno confermare un giudizio fortemente critico. Essa dimostra che il centrodestra italiano: primo, cerca sempre nei provvedimenti fiscali di avvantaggiare i ceti sociali più abbienti; secondo, ha una forte idiosincrasia a tassare le rendite, e finisce così per tassare sempre di più il lavoro e l'impresa; terzo, non è in grado di proporre assetti razionali per la finanza comunale. Il decreto sul fisco comunale, nonostante le tante revisioni, sconta allora un vero e proprio peccato originale del centrodestra, che non vuol far contribuire per nulla alle spese dei Comuni i residenti che posseggono la prima casa di abitazione. Ma se il 75 per cento dei cittadini viene chiamato fuori dal finanziamento dei servizi comunali, qualsiasi base fiscale alternativa diventa insoddisfacente, oltre che potenzialmente instabile. Alla fine, la base fiscale "a regime" per la nuova Ici, denominata Imu, sono le seconde case e gli immobili utilizzati per attività produttive: una base fortemente squilibrata non solo fra centro-nord e sud, ma anche all'interno del centro-nord e del sud (ad esempio, più vantaggiosa per i Comuni grandi e per quelli turistici, meno per i Comuni piccoli e con poco turismo). In questo modo si resta ben lontani dal realizzare il principio del "beneficio", in base al quale la collettività utente dei servizi erogati è chiamata a coprirne i costi, innestando così il circuito autonomia-controllo-responsabilità degli amministratori. L'aliquota di equilibrio della nuova Imu è calcolata dal Governo nel 7,6 per mille: i Comuni saranno liberi di scegliere l'aliquota effettiva nell'intervallo che va dal 4,6 al 10,6 per mille. Qui c'è una grande ipocrisia: per pareggiare i conti, e cioè per mantenere invariate le risorse oggi disponibili al comparto dei Comuni, pur calcolate dopo i duri tagli inferti dalla manovra del luglio 2010, l'aliquota dovrà attestarsi intorno all'8,5 per mille. Sarà (almeno) questa l'aliquota a carico delle attività produttive, al netto di decisioni locali mirate al reperimento di ulteriori risorse. Non è un caso che le associazioni di categoria abbiano lanciato allarme e preoccupazione per una sorta di "mini-patrimoniale" che colpirà le imprese. Visto però che una ciambella così storta (altro che l'"albero storto" con cui il Ministro dell'economia ama descrivere la finanza locale) non poteva venire con il buco, per ottenere l'accordo dell'Anci il Governo ha acconsentito allo sblocco delle addizionali comunali all'Irpef e a due "contributi di scopo" facoltativi, sul turismo e per le opere pubbliche. Lo sblocco delle addizionali è immediato per tutti i Comuni che oggi hanno un'addizionale inferiore allo 0,4 per cento, rimandato a un futuro decreto per gli altri. L'Anci ha fatto il suo mestiere, di associazione che difende i Comuni in una situazione molto difficile per i bilanci degli enti, gravati di tagli pari a regime a circa 2,5 miliardi di euro, cui vanno aggiunti i minori trasferimenti da parte delle Regioni, le cui risorse sono ridotte di 5,5 miliardi. Ma il Partito Democratico non può non denunciare l'irrazionalità e l'iniquità del "disegno fiscale" che alla fine viene fuori. Ci sarà un aumento delle addizionali comunali Irpef e questo aumento si sommerà a quello delle addizionali regionali Irpef, previsto nel decreto di attuazione successivo, quello relativo alla finanza delle Regioni, in una misura che potrà arrivare fino al 3 per cento. Gli aumenti di Comuni e Regioni saranno scoordinati fra loro, con pesanti ricadute a carico dei redditi da lavoro dipendente e da pensione, dai quali proviene l'80 per cento dell'imposta personale sui redditi. Il Partito Democratico non si è limitato a criticare la proposta del Governo, si è anche assunto l'onere di una vera e propria proposta alternativa. Visto che la legge 42 impedisce di ripristinare un'imposizione patrimoniale sulla prima casa, l'attuazione più razionale della legge delega dovrebbe a nostro avviso prevedere l'introduzione di una tassa sui servizi comunali, pagata da tutti, con appositi meccanismi di quoziente che tengano conto della numerosità del nucleo familiare, comprensiva dell'attuale Tarsu-Tia. Con questo strumento si dovrebbero coprire i costi dei servizi comunali non tariffabili. Al tempo stesso, il Partito Democratico propone l'abolizione dell'addizionale comunale all'Irpef: nel nostro disegno di riforma fiscale federalista l'addizionale Irpef deve restare come strumento di flessibilità fiscale locale solo per le Regioni, mentre i Comuni devono potersi finanziare con una tassa sui servizi, che verrebbe a sostituire sia la Tarsu-Tia che l'addizionale comunale. Va detto per completezza che anche il Governo aveva, con il lavoro del Ministro Calderoli, elaborato una proposta contenente un'imposta di scopo destinata al finanziamento dei servizi comunali, ma che questa proposta è stata bocciata ai piani più alti del centrodestra per i motivi politici già illustrati. Se il Ministro Calderoli avesse insistito sulla sua prima impostazione, la nostra posizione sarebbe oggi molto diversa. E ciò dovrebbe far riflettere tutti coloro che vogliono sinceramente un assetto più autonomista, o federalista che dir si voglia, della nostra Repubblica: con il Partito Democratico il risultato può essere ottenuto, con l'attuale Presidente del Consiglio e la sua condotta populista, demagogica e personalistica, invece, non si va molto lontano. Accanto all'Imu e all'addizionale Irpef, i Comuni si finanzieranno con compartecipazioni e perequazione. Le compartecipazioni riguardano le imposte di registro, ipotecarie e catastali sui trasferimenti immobiliari e l'Irpef sui redditi immobiliari, compresa la "cedolare secca". Una nuova compartecipazione era stata, a un certo stadio, fissata nel 2 per cento dell'Irpef, per essere poi, in corsa, sostituita da un analogo ammontare a valere però sull'Iva. Le compartecipazioni  saranno "dinamiche", fatti salvi i vincoli di finanza pubblica, e questo è certamente un miglioramento rispetto al testo iniziale del decreto. Il Partito Democratico non è contrario in via di principio: voglio ricordare che è stato proprio un nostro emendamento al testo della legge 42 a introdurre la facoltà di scegliere, fra le compartecipazioni da dedicare ai Comuni, l'Iva accanto all'Irpef. La base imponibile Iva è infatti meno sperequata fra i territori italiani di quanto sia quella dell'Irpef, e ciò riduce l'esigenza perequativa. Tuttavia, avendo il Governo sottolineato di volere applicare l'Iva effettivamente riscossa al posto dell'Iva calcolata in base ai consumi di contabilità nazionale, ho l'obbligo di denunciare con forza che ancora oggi i dati necessari per valutare l'impatto di questa scelta non sono pubblici. E ciò è tanto più grave, in quanto il Governo intende assumere l'Iva effettivamente riscossa come base di riferimento per la ben più rilevante compartecipazione Iva delle Regioni. In ogni caso è una grandissima ipocrisia affermare, come fa il testo del decreto modificato dal parere La Loggia e da ulteriori cambiamenti apportati dal Governo dopo il voto negativo della Commissione bicamerale, che si può tendere all'obiettivo di una puntuale conoscenza dell'Iva effettivamente riscossa a livello comunale. Vorrei che il Ministro Calderoli incontrasse con me i contabili delle aziende che predispongono le dichiarazioni Iva e hanno già oggi difficoltà a scorporare le vendite per territori regionali (tanto che il Dipartimento delle finanze del Mef non pubblica i dati dell'Iva "territoriale" perché li ritiene poco affidabili sul piano statistico) e spiegasse loro che il Governo vorrebbe lo scorporo per migliaia e migliaia di circoscrizioni amministrative comunali. Non credo proprio che potrebbe più presentarsi a chiunque come Ministro della semplificazione. E' chiaro, insomma, che il riferimento al "territorio" ha una valenza puramente nominalistica e ideologica. Ma non è così che si fanno le vere riforme, quelle che hanno gambe robuste per camminare nel tempo. Un grande difetto del decreto che il Governo chiede al Parlamento di approvare è che in esso non è contenuto un vero fondo perequativo, ma soltanto un fondo sperimentale di riequilibrio che rischia di scatenare gli egoismi territoriali, perché non è di tipo "verticale", cioè finanziato dallo Stato, ma di tipo "orizzontale", finanziato da apporti riconducibili alle basi fiscali di ciascun territorio comunale. Il fondo verrà distribuito con un ruolo importante delle rappresentanze dei Comuni, e anche questo ha portato l'associazione dei Sindaci a esprimere parere favorevole. Tuttavia, non si possono non avanzare forti dubbi su un procedimento che non ha garanzie né paletti, ad esempio per i territori a più bassa capacità fiscale, e che sfocia in un patto "neo-corporativo" di tipo inter-governativo con poche o nulle facoltà di indirizzo e di controllo da parte del Parlamento. Infine la "cedolare secca", ovvero l'imposta sostitutiva sui redditi da locazione abitativa. E' discutibile introdurre questa misura al di fuori di una riforma complessiva dei redditi da capitale (perché non si porta al 20 per cento la tassazione dei redditi finanziari e delle plusvalenze nelle "stock options"?). Messa così, si tratta di un'agevolazione ai redditi da capitale immobiliare, proprio mentre lo stesso decreto aumenta la tassazione a carico dei redditi da lavoro e d'impresa. Inoltre, non vengono aumentate le detrazioni a vantaggio degli inquilini (maggioranza e Governo hanno bocciato numerosi emendamenti presentati dalle opposizioni) e non vengono salvaguardati i canali dell'affitto a canone concordato. Così non si innesta un vero conflitto d'interessi, il solo in grado di fare emergere un po' di "nero" nel mercato degli affitti. E infatti i servizi tecnici del Parlamento calcolano che le previsioni di emersione sono eccessive e che quindi, poiché l'emersione è portata a copertura della perdita di gettito dovuta alla riduzione dell'aliquota Irpef sui redditi da locazione (circa tre miliardi), tali coperture sembrano sovrastimate nella misura del 18 per cento. Insomma, la norma non è coperta. L'Anci ha ottenuto che il rischio di disallineamento fra perdite di gettito (certe) ed emersione di nuova base imponibile (incerta), che nella prima versione del decreto restava a carico dei Comuni, venga trasferito sulla finanza centrale. Ma per il Parlamento non fa differenza se il rischio di mancata copertura sia a carico dei Comuni o dello Stato. Il rischio c'è, ed è grave che la procedura di approvazione del decreto in esame non abbia potuto fare esprimere compiutamente un parere di merito alla Commissione bilancio della Camera. Io ritengo che questa Aula dovrebbe chiamare la Quinta Commissione a fornire un parere informato, ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione, almeno sul punto relativo alla "cedolare secca". Con la consapevolezza che ci sarebbe un modo molto semplice per risolvere il problema: quello di introdurre l'imposta sostitutiva per i soli nuovi contratti di locazione, ovvero per quelli in essere ma ricontrattati. A ben pensarci, se la sostitutiva fosse introdotta con questa modalità, gli inquilini potrebbero far valere in fase di ricontrattazione una capacità contrattuale tesa all'obiettivo di condividere con i proprietari i benefici del nuovo regime fiscale. Questo permetterebbe di innestare una dinamica di mercato, di evitare allo Stato ulteriori spese attraverso aumenti delle detrazioni, di evitare editti bulgari come quello inserito nel decreto per bloccare gli adeguamenti all'inflazione, di far diffondere la sostitutiva gradualmente, stemperando negli anni le perdite di gettito. Alla domanda sul perché il Governo e la maggioranza non abbiano voluto seguire questa strada, più volte indicata dalle opposizioni, credo che purtroppo la risposta sia una sola: si vuole fare un regalo, magari dal sapore pre-elettorale, a ben precise categorie sociali i cui redditi sono collegati prevalentemente alla rendita più che al lavoro e all'impresa. A questo punto però è chiaro a tutti che la proposta del Partito Democratico è davvero alternativa a quella del Governo: noi diciamo di abolire le addizionali comunali Irpef, lasciando l'addizionale come strumento di autonomia fiscale alle sole Regioni, il Governo invece sblocca tutte le addizionali, comunali e regionali, e percuote con una mini-patrimoniale le attività produttive. Noi proponiamo di definire dei veri fondi perequativi di carattere verticale, il Governo invece si limita a varare un fondo provvisorio con marcato carattere orizzontale. Noi proponiamo una vera autonomia impositiva per i Comuni, non basata su un'imposta patrimoniale, preclusa dalla legge 42, ma su uno strumento ispirato al principio del beneficio. Il Governo invece fa un ulteriore regalo alla rendita e spera che nessuno si accorga che si stanno aumentando le imposte sul lavoro e sulle imprese. Mi dispiace dovervi smentire: perché i cittadini e le imprese del nostro paese se ne stanno accorgendo. Si stanno svegliando. Cominciano a capire quali enormi guasti può produrre un Governo il cui principale obiettivo sia di fornire una copertura ai numerosi, ricorrenti e sempre più diversificati guai giudiziari del suo Presidente del Consiglio. Si rendono conto che riforme strutturali così importanti, come quella della finanza comunale, non si fanno con patti politici scellerati come quello che vi sta portando, oggi, a valutare di chiedere l'ennesimo voto di fiducia ad una Camera in cui manca una vera maggioranza politica. Così si fanno solo pasticci, interventi sgangherati, dal carattere provvisorio, destinati ad essere modificati fra non troppo tempo, non appena diverrà chiaro che sono insostenibili per i governi comunali, per la finanza pubblica nel suo complesso e per le stesse prospettive di crescita del paese.





Lista completa »

· Visualizza i risultati per parola 'welfare' »

TAGCLOUD
donne salute primarie festa. unità legge di stabiità esodati elezioni università attività parlamentare parità di genere welfare emilia-romagna terzo settore Bersani legge di stabilità sanità pensioni decreto sanità bologna


AGENDA
10 luglio 2017
Festa Unit San Lazzaro di Savena. Iniziativa sul biotestamento
07 luglio 2017
Festa Unit di Casalfiumanese. Testamento biologico: consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento
06 luglio 2017
UNA LEGGE SUL FINE VITA con Mina Welby. EMPOLI, Festa Unit PD, Circolo ARCI Ponte a Elsa, Via Livornese 325

Archivio appuntamenti »

VIDEO



LINK
Camera dei deputati
www.camera.it
Partito Democratico
beta.partitodemocratico.it
Partito Democratico - Emilia Romagna
www.pder.it
Partito Democratico - Iscriviti al PD
www.pdbologna.org

Copyright Donata Lenzi - C.F. LNZDNT56H69A944X - Privacy policy - site by Antherica srl