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Documento fisco Assemblea di Varese
12 febbraio 2011

Fisco 20, 20, 20: la road map per liberare i produttori, la progressività, il federalismo

La proposta sul fisco votata dall'Assemblea PD di Varese

pubblicato il 7 ottobre 2010

Premessa
Noi proponiamo la riscrittura del patto fiscale, pilastro di un nuovo patto sociale, per tagliare le tasse su lavoratori, professionisti ed imprese, per l'equità e lo sviluppo sostenibile. La vera exit strategy dalla stagnazione e dall'elevata disoccupazione passa per una stagione di riforme, da avviare subito.

Per disegnare un coerente sistema fiscale, orientato alla crescita sostenibile, alla progressività e al federalismo è utile richiamare quattro punti cardinali. Primo, l'ancoraggio costituzionale. L'art 53 stabilisce che "Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività." La giungla fiscale italiana è molto lontana dalla progressività. La nostra principale imposta diretta, l'Irpef, progettata come generale, ossia relativa a tutti i redditi personali, è diventata un'imposta di specie: la versano quasi esclusivamente i lavoratori dipendenti, i professionisti assoggettati alla trattenuta alla fonte ed i pensionati. Negli ultimi 30 anni, i redditi da lavoro dipendente sul valore aggiunto sono scesi dal 66 al 53%. Secondo analisi della Banca d'Italia sui bilanci delle famiglie, dal 1993 al 2006, l'incidenza delle persone a basso reddito (60% della mediana) per classe sociale aumenta dal 27 al 31% per gli operai, mentre diminuisce di 11 punti percentuali per i lavoratori indipendenti (autonomi, professionisti, imprenditori). Tuttavia, la quota di Irpef pagata dai lavoratori dipendenti è balzata dal 52 al 56%. La ragione di tale contraddizione non è una sorta di superiorità civile e morale del lavoro dipendente rispetto ad altre fonti di reddito, ma il meccanismo di prelievo, imperniato sulle trattenute alla fonte. In altri termini, la tracciabilità dei pagamenti.

Secondo. L'evasione fiscale, in Italia ha dimensioni patologiche: oltre il 15% del Pil (300 miliardi di euro) è nascosto e la comunità nazionale perde circa 100 miliardi di euro di gettito all'anno, un importo superiore all'intera spesa per la scuola o la sanità. E' un livello doppio rispetto alla media dell'Unione Europea e degli Stati Uniti.

L'evasione di qualunque natura non può essere tollerata o promossa come avvenuto recentemente con il condono-scudo fiscale introdotto dal Ministro Tremonti. Oltre a colpire l'equità, è fonte di concorrenza sleale. Dobbiamo attuare una "Maastricht" della fedeltà fiscale per portare gradualmente l'evasione italiana a livelli medi europei.

È condizione necessaria per alleggerire il carico sui produttori: non possiamo avere livelli di imposizione europei e livelli di evasione sudamericani, dato il nostro debito pubblico. Gli strumenti per combattere l'evasione devono essere adeguati ed includere non solo la repressione ed i controlli, ma le politiche per la crescita, la riduzione del carico fiscale individuale, la semplificazione degli adempimenti burocratici, la riqualificazione dei servizi pubblici.

Terzo. Il federalismo è una straordinaria opportunità di modernizzazione del Paese.

La ruota dei decreti attuativi ha incominciato a girare. Ma, il decreto sull'autonomia impositiva dei Comuni, varato all'inizi di agosto, è un bluff. Non è un errore accidentale. È frutto di una contraddizione di fondo nell'impostazione del Governo, ossia la politica dei due tempi: prima il federalismo fiscale, poi la riforma complessiva del sistema fiscale. Tale impostazione non può funzionare. Il fisco, per funzionare, deve essere un sistema. Non si può toccare il potere impositivo delle autonomie territoriali senza mettere a punto le linee generali della riforma del fisco.

Quarto ed ultimo. La fase straordinaria in corso. La crisi economica e sociale esplosa nell'autunno 2008 ha reso necessari imponenti salvataggi bancari e consistenti politiche di contrasto alla contrazione delle economie drogate dalle bolle immobiliari e finanziarie. Il risultato è stato l'impennata dei debiti pubblici in rapporto alla dimensione della produzione di ciascun Paese. Una tendenza insostenibile, da correggere. Ma, senza crescita, la riscrittura del Patto di Stabilità proposta dalla Commissione Europea implica stagnazione, elevata disoccupazione e rischi di tenuta per l'unione monetaria. È necessaria una politica economica comune ed una strategia di investimenti finanziata con eurobonds. Inoltre, le politiche di risanamento e le riforme fiscali non possono ignorare la colossale regressione nella distribuzione del reddito e della ricchezza causa primaria della grande recessione prima e della grande stagnazione ora in atto. Negli Stati Uniti, punta estrema di una tendenza condivisa tra i Paesi Ocse, dal 1976 al 2007, per ogni dollaro di crescita reale, 58 centesimi sono andati all'1% più ricco delle famiglie. In Italia, tra i Paesi europei a maggiore disuguaglianza di reddito e ricchezza e minore mobilità sociale, la quota della ricchezza nelle mani del decile più ricco delle famiglie è arrivata al 47%, mentre dal 1993 al 2006 la quota di ricchezza detenuta dall'1% più ricco delle famiglie è aumentata di 3 punti percentuali a svantaggio della variegata platea delle classi medie. Insomma, migliorare le condizioni distributive è condizione decisiva per la crescita.

La sfida delle riforme è estremamente complessa, ma si può, anzi si deve, partire subito. Le riforme devono premiare i produttori, soprattutto nelle aree più in difficoltà, recuperare universalità e progressività e semplificare. Il principio di fondo è semplice: un euro di reddito da lavoro o di impresa non può essere tassato più di un euro tratto dalla rendita. Quindi: "Fisco 20, 20, 20". L'aliquota del 20% è l'aliquota di riferimento per la tassazione di tutti i redditi.

Le riforme proposte dal Pd hanno i seguenti obiettivi di riallocazione del prelievo: i) da chi paga a chi non paga; ii) dai redditi da lavoro alla rendita; iii) da chi ha di più a chi ha di meno, in particolare verso la famiglia con figli e monoreddito; iv) da attività inquinanti ad attività "verdi"; v) dalla dimensione nazionale al territorio.

Al di fuori della propaganda, data la nostra condizione di finanza pubblica e lo scenario accidentato di fronte a noi, il vincolo della riforma è la neutralità in termini di gettito. Le riforme fiscali hanno anche un altro vincolo imprescindibile: ogni euro recuperato dall'innalzamento della fedeltà fiscale va vincolato alla riduzione delle imposte. Pertanto, le proposte implicano una riallocazione di risorse di quasi 3 punti di Pil. In sostanza, il carico fiscale effettivo sul singolo produttore di reddito da lavoro e reddito di impresa viene ridotto contestualmente all'emersione di basi imponibili, al potenziamento del gettito da rendite e patrimonio e alla riduzione e riqualificazione della spesa pubblica.

Quest'ultimo è un capitolo fondamentale, da affrontare con coraggio. Va abbandonata la strada iniqua ed inefficiente dei tagli ciechi praticata dal Ministro Tremonti e riavviata e potenziata la spending review. Va realizzato, per ciascuna amministrazione centrale, un "piano industriale" di riorganizzazione e ridimensionamento e va reso ordinario il benchmarking dei servizi offerti ed efficace la valutazione dei risultati.

Soprattutto, va data attuazione efficiente ed equa del federalismo fiscale nel quadro di un radicale ridisegno delle autonomie territoriali (vedi il documento "Per una profonda riforma dello Stato e delle Autonomie). Sussidiarietà verticale ed orizzontale, ma responsabilità ultima della Repubblica a rimuovere gli ostacoli allo sviluppo integrale della persona.

È evidente, quindi, la necessità di procedere per passi successivi. "Fisco 20, 20, 20" è la road map per la liberazione dei produttori, la crescita sostenibile, la progressività, il federalismo responsabile. La proposta può essere attuata per gradi, senza compromettere la coerenza del disegno generale.

Le famiglie
La proposta prevede la riduzione al 20% dell'aliquota sul primo scaglione, oggi al 23%, la riduzione del numero delle aliquote intermedie e la revisione degli scaglioni a vantaggio dei redditi bassi e medi. Inoltre, la giungla di deduzioni e detrazioni oggi vigenti viene disboscata e ricondotta a razionalità. Si cambia radicalmente la detrazione: oltre che per livello di reddito, si differenzia per età, a vantaggio dei giovani e degli ultra-settantacinquenni, in particolare non-autosufficienti, e delle responsabilità familiari.

Il problema dell'incapienza viene affrontato con l' "imposta negativa". In altri termini, si prevede l'erogazione di un trasferimento pari alla detrazione spettante ma non goduta. Per quanti ai margini del mercato del lavoro, si introduce il "reddito di solidarietà attiva" (vedi il Documento sul lavoro approvato dall'Assemblea Nazionale del 22 Maggio 2010) mirato e condizionato a programmi di reinserimento lavorativo.

Nel segno della universalizzazione dei diritti e del riconoscimento dei costi sostenuti dalle famiglie per i figli, ai fini di contribuire alla coesione sociale e allo sviluppo di politiche per la natalità, si introduce il "bonus per i figli", un istituto unico, generalizzato, fruibile dai capienti come sconto d'imposta e dagli incapienti come trasferimento a loro favore. Il bonus per i figli unifica le detrazioni fiscali e gli Assegni al nucleo familiare. Riguarda tutti coloro che hanno figli minori, dipendenti, parasubordinati, indipendenti (autonomi, professionisti, imprenditori). Il bonus per i figli è di 3000 euro all'anno per ogni figlio. Viene introdotto gradualmente a cominciare dalla fascia 0-3 anni.

Per incentivare il lavoro femminile e sostenere la famiglia, la leva fondamentale sono i servizi: dagli asili nido, all'assistenza alle persone non-autosufficienti. In sinergia con il potenziamento dei servizi, proponiamo di introdurre una consistente agevolazione fiscale (detrazioni ad hoc o riduzione dell'aliquota Irpef) per il reddito da lavoro delle donne in nuclei familiari con figli minori.

Le attività autonome e professionali, le imprese ed i redditi da capitale
La vigente tassazione delle imprese presenta una serie di ostacoli alla crescita.

Primo, sono scoraggiati gli investimenti provenienti dall'estero. Secondo, la tassazione disincentiva l'utilizzo del capitale proprio rispetto al capitale di debito. Terzo, il reddito del capitale investito é tassato in maniera diversa a seconda della forma giuridica dell'impresa La proposta prevede, in primo luogo, di eliminare, gradualmente, l'Irap sul costo del lavoro. Poi, per superare gli ostacoli ricordati sopra, si prevede la distinzione del reddito da lavoro autonomo, professione, impresa in due componenti: il reddito corrispondente la remunerazione ordinaria del capitale investito nell'impresa a qualsiasi titolo; il reddito eccedente tale remunerazione ordinaria.

Per i lavoratori autonomi, gli imprenditori individuali, le società di persone, il reddito ordinario re-investito nella propria attività non viene tassato. Quando prelevato, viene considerato come reddito da capitale e tassato con la relativa imposta sostitutiva. Il reddito eccedente la parte ordinaria è, invece, assimilato a reddito di lavoro e assoggettato ad Irpef. Il regime è opzionale.

Anche per le società di capitale, l'aliquota Ires è azzerata quando gli utili "ordinari" sono re-investiti in azienda. Gli utili distribuiti vengono tassati in capo al socio, come gli altri redditi da capitale. Gli utili eccedenti la remunerazione ordinaria del capitale sono sottoposti ad aliquota Ires (si prevede una detrazione ad hoc per le start-up e per le imprese "verdi").

Ai fini della semplificazione, della trasparenza delle norme e di recupero di gettito, le basi imponibili sono ripulite dalla selva di agevolazioni fiscali (detrazioni e deduzioni) oggi vigente.

In tale contesto, si allinea al 20%, livello medio europeo, la tassazione dei redditi da capitale. Si escludono i titoli di Stato e si tutela il risparmio familiare. Insieme alla riforma delle imposte su lavoro autonomo, professione ed impresa, l'intervento implica che il capitale di rischio viene significativamente premiato rispetto alla situazione in vigore, mentre si elimina il vantaggio del capitale di debito. Insomma, si premia chi scommette sul futuro della propria attività, sull'innovazione e la crescita.

Proponiamo, anche una profonda riforma degli Studi di Settore per semplificarli ed evitare che siano una sorta di minimum tax, iniqua nei confronti dei contribuenti di dimensioni minori e, al tempo stesso, inefficace contro l'evasione. La riforma prevede: i) riduzione del numero di Studi; ii) revisione del calcolo dei ricavi attraverso il riferimento al valore aggiunto, un maggiore e migliore utilizzo di dati territoriali; iii) creazione presso il MEF di un Comitato di sorveglianza sugli Studi di Settore, composto da esperti esterni indipendenti, per valutare le tecniche di elaborazione degli Studi, relazionare al Parlamento, curare la divulgazione di dati aggregati sugli esiti degli Studi; iv) piano straordinario di formazione degli operatori dell'Agenzia delle Entrate sul corretto funzionamento degli Studi e modifica dei criteri di attribuzione della retribuzione di risultato.

Per semplificare gli adempimenti dei contribuenti di dimensioni minori ed evitare l'allargamento dell'area di evasione, proponiamo di migliorare il "forfettone", ossia l'applicazione sul reddito di cassa di un imposta del 20%, in sostituzione di Studi di Settore, Iva, l'Irap e l'Irpef. In particolare, per differenziare i limiti di fatturato ed i limiti dei beni strumentali in relazione alle specificità dei settori produttivi e per introdurre il pre-invio dei dati della dichiarazione all'Agenzia delle Entrate.

Gli incentivi all'innovazione "verde"
La fiscalità rappresenta una delle leve decisive per sviluppare la green economy, orientare l'economia verso la sostenibilità ecologica. È un obiettivo da perseguire sopratutto in ambito europeo e internazionale attraverso il coordinamento delle politiche di intervento fiscale. Tuttavia, in parallelo all'iniziativa comunitaria, si deve procedere anche a livello nazionale.

Negli ultimi anni, grazie ai governi del centrosinistra, si sono fatti importanti passi avanti in termini di fiscalità ambientale. Il Governo Berlusconi ha bloccato il cammino.

Anzi, su tanti ambiti di intervento ha fatto marcia indietro (dallo svuotamento del credito di imposta per la ricerca e l'innovazione, all'interruzione della detrazione del 55% per le ristrutturazioni eco-sostenibili; dalla limitazione all'utilizzo dei certificati verdi, al definanziamento dei programmi di "Industria 2015" dedicati al risparmio energetico, alle fonti rinnovabili e alla mobilità sostenibile).

Vogliamo riprendere con determinazione e sistematicità il cammino iniziato seguendo il principio della "responsabilità condivisa" e del "chi inquina paga". Per l'innovazione "verde" proponiamo: i) incentivi per la riduzione della produzione di rifiuti, per il riciclo e per una efficace gestione del ciclo integrato dei rifiuti; riduzione delle aliquote Iva per i beni ad elevata efficienza energetica; ii) finanziamento agevolato per sostituire caldaie ed elettrodomestici con apparecchiature ad alto rendimento energetico e realizzare interventi per l'efficienza energetica degli edifici, da restituire a rate "in bolletta" con interesse zero ed eventuale quota a fondo perduto (il risparmio energetico "paga" la rata del finanziamento); iii) re-introduzione a regime della detrazione fiscale del 55% per l'efficienza energetica degli edifici, degli elettrodomestici e dei motori elettrici ed eliminazione del tetto all'utilizzo del credito di imposta per le spese in R&S ed investimenti in tecnologie sostenibili; iv) previo coordinamento europeo, applicazione della carbon tax, imposta sul consumo di combustibili fossili, senza sovrapposizione ad altre forme di disincentivazione vigenti (ad es. il "cap & trade") e finalizzazione del gettito al potenziamento del trasporto pubblico locale; v) vincolo per i bilanci comunali all'utilizzo degli introiti da oneri di urbanizzazione e da imposte su nuovi immobili per finalità proprie e non per sostituire entrate correnti;

Il federalismo fiscale
L'autonomia impositiva degli enti territoriali può essere definita soltanto all'interno di chiare linee guida per le riforme del sistema fiscale generale. Invece, siamo di fronte ad un processo incoerente, frutto della scelta politica fatta dal Governo e dalla Lega di privilegiare la logica degli annunci e dei decreti-manifesto. In sostanza, si è svuotato il federalismo, tradito l'impostazione della Legge delega 42/09 e buttato al vento un'occasione importante. È il federalismo delle chiacchiere, non dei fatti concreti. Né dello spostamento di poteri e risorse ai territori. Nemmeno al Nord. Anzi: nei fatti siamo in pieno neo-centralismo, con la sistematica invasione di campo da parte dei Ministeri nei confronti delle competenze di Regioni ed Enti locali e con la più pesante riduzione nel trasferimento di risorse mai verificatasi nella storia Repubblicana.

In questo modo il federalismo non potrà nemmeno nascere. Altro che decollare! Si torna indietro persino rispetto alle Legge Bassanini di fine anni novanta! È grande la colpa della Lega, impegnata in una cinica operazione di pura propaganda e mistificazione. Il partito di Bossi ha di fatto rinunciato a misurarsi con la fatica di costruire il federalismo, di fronte alla complessità ed ai prezzi da pagare per le demagogiche promesse elettorali.

Per un vero federalismo responsabile, noi abbiamo le seguenti proposte (vedi anche il documento "Per una profonda riforma dello Stato e delle Autonomie).

Per l'autonomia impositiva per i Comuni: i) si elimina l'addizionale comunale Irpef; ii) si elimina la Tarsu/Tia sugli immobili ad uso residenziale; iii) si conferma l'esclusione della prima casa dall'Ici e si elimina l'Ici sugli immobili locati a canone concordato.

L'imposta sostituiva del 20% sui canoni da locazione residenziale, prevista dal Decreto sull'autonomia finanziaria dei Comuni, si applica ai contratti sottoscritti successivamente alla sua entrata in vigore, per favorire la riduzione del canone; iv) si introduce l'Imposta comunale sui servizi (Ics) quale principale tributo proprio in mano ai Comuni con ampi gradi di manovrabilità. L'Ics è pagata dai residenti nel territorio comunale e si configura come un prelievo sul consumo dei servizi non strettamente tariffabili forniti dal Comune (strade, illuminazione pubblica, ciclo dei rifiuti, anagrafe, ecc.) ispirato al principio del beneficio; v) si completa il sistema di finanziamento dei comuni con il fondo perequa- tivo e si istituisce una compartecipazione comunale all'Irpef, determinata in via residuale, in modo che sia garantito il finanziamento integrale delle funzioni fondamentali e dei livelli essenziali delle prestazioni come previsto dalla legge 42/09.

Ai Comuni è riconosciuta la possibilità di introdurre tributi propri, in particolare per particolari scopi di interesse generale e per finalità di tutela ambientale.

L'autonomia impositiva delle Province si articola intorno a tributi relativi al trasporto su gomma e ad una compartecipazione all'Irpef. Anche alle Province è riconosciuta la possibilità di introdurre tributi propri, in particolare di scopo. Va attuata la previsione della legge 42/09 relativa alla finanza rafforzata per le Città Metropolitane.

Infine, l'autonomia impositiva delle Regioni viene affidata alle seguenti imposte: l'Irap (a campo di applicazione ridotto dalla graduale eliminazione del costo del lavoro dalla base imponibile prevista al punto 4); una robusta compartecipazione all'Iva (anche a compensare la variazione della base imponibile Irap); e, al fine di garantire spazi di manovra, l'addizionale regionale Irpef ed a tributi propri da istituire mediante legge regionale.

L'evasione fiscale
Per realizzare la Maastricht fiscale necessaria a ridurre le tasse, si dovrebbe procede lungo due strade: i controlli ex post attraverso l'uso efficiente e sinergico delle informazioni già a disposizione delle amministrazioni pubbliche; l'innalzamento ex ante della tax compliance, ossia della fedeltà fiscale dei contribuenti all'atto della auto-dichiarazione. Non funziona la scelta del Governo Berlusconi di puntare esclusivamente o, con le misure ripristinate nella manovra correttiva del Maggio scorso, prevalentemente sui controlli, in un quadro di riavvio dei condoni ("scudo fiscale") ed eliminazione delle principali misure pro-compliance. Negli ultimi due anni, il rapporto tra recupero di evasione ex-post attraverso i controlli dell'Agenzia delle Entrate e per- dita di gettito dovuto alla riduzione della compliance è stato circa di 1 a 10. In altri termini, per ogni miliardo di euro di maggior recupero da controlli, si è avuto un aumento di evasione da minor compliance di 10 miliardi di euro. Le due strade individuate vanno percorse insieme.

L'Agenzia delle Entrata deve diventare, prima e più di ogni altra amministrazione pubblica, amica del contribuente in buona fede. È una rivoluzione culturale da attuare sia nel funzionamento dell'Agenzia sia nelle aspettative dei contribuenti alla quale possono fornire un contributo decisivo gli intermediari fiscali. Va attuato un piano straordinario per semplificare gli adempimenti, in particolare per i contribuenti di dimensioni minori e per riqualificare gli uffici territoriali della Agenzia delle Entrate e della Guardia di Finanza. Vanno rivisti i meccanismi di premialità retributiva per i risultati per promuovere controlli senza esisti precostituiti e sempre più personalizzati ed aperti alle posizioni dei contribuenti. In tale contesto, va riconosciuto valore costituzionale allo "Statuto del contribuente". Si deve introdurre, infine, la facoltà per i contribuenti di fare un invio provvisorio dei dati, precedente alla fase della dichiarazione definitiva, al fine di consentire all'Agenzia una valutazione ed, eventualmente, invitare il contribuente a modificare, senza alcuna sanzione, i dati meno plausibili.

Ma non basta, dato il carattere pandemico dell'evasione in Italia. Nel pieno rispetto dei vincoli di privacy, va proseguita e potenziata la capacità di utilizzo da parte della Agenzia delle Entrate di tutte le banche dati delle pubbliche amministrazioni per migliorare l'applicazione del "redditometro". Al fine esclusivo di migliorare i controlli, va richiesto ad ogni contribuente di dichiarare annualmente la consistenza del proprio patrimonio (oggi, la dichiarazione riguarda soltanto i patrimoni all'estero).

Va estesa la fatturazione elettronica e va incentivato l'uso della moneta elettronica.

Infine, va messa in Costituzione l'impossibilità dei condoni, detonatore della fedeltà fiscale.

Il coordinamento sovrazionale delle politiche fiscali
Il maggior contributo all'indebolimento della politica economica nell'ultimo quarto di secolo è venuto dalla competizione fiscale sleale. È un processo che va interrotto e va ripristinato un livello decente di pari condizioni di gioco. Proponiamo, quindi, di riprendere prima in sede euro-gruppo poi Ecofin e poi Ocse il capitolo del contrasto alla competizione fiscale dannosa, non solo la lotta ai paradisi fiscali, peraltro mai cominciata davvero (vedi Governo Berlusconi), ma la limitazione del tax dumping, in particolare nei confronti dei Paesi europei beneficiari di fondi strutturali.

L´Italia deve spingere affinché il sistema finanziario internazionale riduca le sue attività meramente speculative. Inoltre, deve promuovere la partecipazione del settore finanziario al consolidamento delle finanze pubbliche. Quindi, deve impegnarsi affinché l'Unione Europea porti al prossimo G20 una proposta di Financial Transaction Tax sia a fini anti-speculativi che per recuperare gettito da destinare ad un fondo in- ternazionale dedicato alla riduzione del debito pubblico accumulato dopo l'esplosione della crisi. L´Italia, inoltre, deve sostenere l'introduzione di un'imposta sulle banche sistemiche (più grandi e con attività in più Paesi) per far fronte al loro eventuale fallimento. Infine, l'Italia, in stretta relazione con gli altri Paesi europei decisi a regolare i mercati globali per evitare la regressione protezionista, dovrebbe mettere in agenda del Consiglio Europeo una prima ipotesi di border tax adjustment, ossia tariffe europee alle importazioni di prodotti e servizi irrispettosi di standard sociali (rispetto dei diritti civili, lavoristici, sindacali) ed ambientali minimali.

Le priorità
Per innalzare il potere d'acquisto delle famiglie e sostenere la domanda, incremento delle detrazioni per la produzione di reddito da lavoro dipendente e per i redditi da pensione; sterilizzazione del fiscal drag; introduzione del "bonus per i figli" e del sostegno al lavoro delle donne (vedi punto 2).

Per sostenere l'occupazione, eliminazione dell'Irap sul costo del lavoro per le neoassunzioni di giovani e donne con contratto a tempo indeterminato.

Per contrastare la precarietà ed innalzare le pensioni delle generazioni più giovani, riduzione e ri-allineamento del costo del lavoro (vedi "Sviluppo, lavoro, welfare: le proposte del Pd per il diritto unico del lavoro", Assemblea Nazionale 21-22 Maggio 2010).

Per promuovere l'innovazione e lo sviluppo sostenibile attuazione graduale delle "imposte verdi" (punto 6).

Per sostenere gli investimenti innovativi delle imprese, eliminazione del vessatorio click day e ripristino della piena disponibilità del credito di imposta per le spese in ricerca e sviluppo e per gli investimenti nel Mezzogiorno.

Per contrastare la speculazione finanziaria e recuperare risorse per gli investimenti, approvazione, in coordinamento con gli altri Parlamenti europei, della Financial Transaction Tax (punto 9).






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