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Intervento On Vico
10 maggio 2010

LUDOVICO VICO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, onorevoli relatori, parlerò di Tributi Italia Spa. È una brutta storia italiana e desidererei, interpretando anche l'opinione di tutto il Parlamento, che non passi come un'ordinaria storia di scandali italiani.
La storia è che oggi, da qualche mese, vi è un buco provvisorio di almeno 90 milioni di euro e vi sono 135 comuni inguaiati: ICI, Tarsu, Tosap e altre imposte, regolarmente pagate dai contribuenti dei comuni a Tributi Italia, ex Publiconsult, ex San Giorgio, ex Gestor, ma non altrettanto regolarmente versati da Tributi Italia nelle tesorerie comunali.
Per anni si è svolta questa vicenda, senza che nessuno, a livello istituzionale, dicesse niente. Ora, a Pomezia mancano 21 milioni e mezzo di euro, circa 25 ad Aprilia, 10 ad Augusta, 5 a Nettuno, 2 a Bologna, così a Bergamo, a Forlì e a Civitavecchia, ma anche a Rosolini, Zafferana Etnea, Piedimonte Etneo, Misilmeri, Scordia, San Giuseppe Jato, Arzachena, Ferrandina, Caserta, Giugliano, Vignola, Polignano, Sinalunga.
Solo a Bologna e a Brindisi si è ottenuto di ricorrere al cash pooling. Ma chi paga? Questa è la prima domanda interessante in questa brutta storia italiana.
Tributi Italia è in odore di fallimento da mesi, da molti mesi: soldi in cassa per risarcire i comuni non ve ne sono. I sindaci che hanno provato a rifarsi sulle società di fideiussione stanno avendo un'amara sorpresa: alcune sono fallite, altre inadempienti, qualcuna addirittura scomparsa in uno strano giro di truffe; in molti casi mancano le autentiche notarili sugli atti. Altro che incassare le polizze per ripianare il buco.
Onorevoli colleghi, volete alcuni esempi? Il comune di Pescara (quasi 800 mila euro mancanti) non sa addirittura dove mettere le mani. Esso aveva, onorevole relatore, onorevole Milanese, una fideiussione della Finroma, ma la società è fallita nel 2007. Il 26 febbraio 2008 ha ricevuto un'altra polizza, teoricamente valida fino al 2010, ma la società Fidecomm, che l'aveva emessa, era stata cancellata dall'albo un mese prima, il 31 gennaio. Adesso ve n'è un'altra, la Finworld, ma la società lascia dei dubbi: non sembra essere né impresa di assicurazione, né tantomeno istituto bancario.
Ogni società di riscossione, e fra queste Tributi Italia, doveva presentare regolari polizze fideiussorie, che i sindaci potevano incassare in caso di inadempienza; le fideiussioni dovevano essere rilasciate da società iscritte all'albo ufficiale degli intermediari finanziari, gestito dall'Ufficio italiano cambi fino al 1o gennaio 2008, e poi dalla Banca d'Italia. Tutti tranquilli! Invece no. Seguendo le tracce della fallita Finroma, di cui ho appena parlato, con sede in Roma alla via Salaria, spunta la Italica Spa. Essa è stata cancellata dall'albo di Bankitalia in aprile, ed è fallita a settembre; ha avuto lo sfratto per morosità. Ai comuni di Aulla, di Monte Sant'Angelo, di Iglesias, di Aprilia non resta che mettersi in coda nell'ufficio del curatore fallimentare.
Stessa storia per la società fideiussoria romana Fingeneral, cancellata dall'albo della Banca d'Italia nel 2009, due anni dopo l'arresto del proprietario; non è una nota del redattore. Caserta vanta 1 milione mai avuto, e crediti ne annoverano inutilmente Cologna Veneta (Verona), Roccalumera (Messina), Cesate, Dalmine (Bergamo), Trecastagni, Vignola (Modena). Molti comuni hanno invece in cassaforte le polizze di Fidecomm e Fidicomm: due società romane che lavoravano in stabile sinergia con Tributi Italia. Curioso: erano entrambe nate per produrre e distribuire energia elettrica, poi hanno fatto il salto nel grande business delle fideiussioni, e sono in azione a Pescara, Bologna, Ferrandina e Alghero. Fidecomm è stata depennata dall'elenco ufficiale degli intermediari finanziari nel 2008, Fidicomm nel 2009, ma anche dopo la cancellazione alcuni enti locali, come Bologna, Alghero e Pescara, ne hanno accettato le polizze senza batter ciglio; eppure sarebbe bastata una visura alla camera di commercio per capire che vi era qualcosa che non funzionava.
Sul sito ufficiale della Banca d'Italia, alla voce «Elenco degli intermediari finanziari», spicca un'avvertenza, che recita così: «L'iscrizione non garantisce la corretta gestione operativa da parte degli intermediari finanziari». La vigente normativa, cioè, non assegna alla Banca d'Italia compiti di vigilanza sull'andamento della gestione degli intermediari stessi; come dire: fantastico, se mi è consentita la battuta ironica. Se perfino la Banca d'Italia se ne lava le mani, chi deve vigilare sulla giungla di operatori che offrono cauzioni, fideiussioni, prestiti miracolosi a destra e manca? Gli interrogativi sarebbero decine.
Ma veniamo al dunque, perché la storia non si conclude qui. Il punto colpevole lascia insoluta la domanda che, da mesi, in Commissione finanze è stata posta in una serie di audizioni e di cui poi questo decreto-legge offriva - e spero offra o potrà offrire in Aula - le soluzioni più adeguate per mettere fine a una storia che rischia di essere infinita, ed è quindi il legislatore che si assume questo compito. Ma come dicevo, anche eventualmente punito il colpevole - il che non è un dato acquisito - la domanda insoluta rimane: chi risarcirà quei comuni sull'orlo del dissesto finanziario comunale o della bancarotta? E non solo: che fine faranno i circa mille dipendenti di Tributi Italia che non percepiscono alcuno stipendio da luglio 2009?
Noi come gruppo del Partito Democratico presso le Commissioni riunite VI (Finanze) e X (Attività produttive), cosa abbiamo proposto? Abbiamo proposto delle misure semplici, alcune delle quali sono state accolte (e lo abbiamo apprezzato), ma il nucleo fondamentale della richiesta che riproponiamo in Aula durante la discussione sulle linee generali al Governo e ai relatori riguarda la necessità di prevedere che, nel caso di un'azienda di riscossione cancellata dall'albo ministeriale, perché non ha versato ai comuni le tasse riscosse dai cittadini, il servizio su richiesta dei singoli comuni possa essere assicurato per non oltre tre anni da un ente che gestisce il servizio di riscossione nazionale.
È quindi una richiesta come dire semplice, di garanzia e di opzione che il singolo comune può compiere. Ovviamente dentro questa procedura riteniamo indispensabile che l'azienda di riscossione nazionale si avvalga del personale della società a cui subentra.
Abbiamo posto anche un'altra questione più impegnativa che, come sanno i relatori e il Governo, non si risolve nell'estensione della legge Marzano perché questa, anche se applicata in fede, qualificherà o qualificherebbe i comuni come chirografari ordinari, vale a dire che i tributi dei cittadini dei comuni che sono stati riscossi da Tributi Italia e non sono stati mai riversati costituiscono un danno per i comuni, che rischiano il dissesto, e per il bilancio che, vedremo, è il provvedimento del Ministero dell'economia e delle finanze, così come da emendamento accolto. Ma soprattutto i beneficiari del versamento di una tassa e di un tributo sono coloro che non riceveranno il servizio per cui è prevista la riscossione di una tassa.
Allora noi abbiamo chiesto, perché convinti, se fosse possibile l'intervento della Cassa depositi e prestiti, non già un intervento sanatorio dello Stato. Si tratta di un intervento che, accompagnato alla forma con la quale questi comuni dovranno comporre il bilancio, dovrebbe iscrivere crediti non esigibili dovendo reiterare negli anni, come già accade per tanti comuni, la inesigibilità di un credito riscosso, non di un credito inventato o di un credito mai riscosso, di un credito cioè che è in mano alla brutta storia italiana che si chiama Tributi Italia.
Detto ciò, noi abbiamo già posto - e lo riproponiamo in Aula - il fatto che il problema si possa risolvere nel modo indicato dall'emendamento che abbiamo presentato.
Inoltre richiediamo al Governo, al relatore, ai colleghi, che ai comuni sia assicurato, nelle more di questi mesi appena passati e di quelli che verranno (mi riferisco a quelli che verranno perché non è l'estensione della legge Marzano a risolvere il problema dal punto di vista della tempistica, e in secondo luogo bisognerebbe comunque attendere le sentenze del Consiglio di Stato e del tribunale di Roma in ordine all'insolvenza, come noi auspichiamo), di poter agevolmente decidere la riscossione in proprio o il riaffidamento del servizio, considerato che è noto - come sanno l'onorevole relatore e soprattutto il presidente della VI Commissione che ha reso un importante contributo a tutta la vicenda in sede di istruttoria - che gli archivi e i database sono ancora in mano a Tributi Italia Spa.
In altre parole, per quanto riguarda il dato più importante e significativo che dovrebbe essere tutelato dalle leggi vigenti (perché almeno in quel campo c'è qualche legge), la privacy e la titolarità, si sappia in questa Aula che gli archivi e i database sono ancora in mano alla società Tributi Italia Spa. Vorrei concludere su questo capitolo, perché si tratta di un ordinario intervento e se non lo svolge il legislatore in questa Aula non si mette fine ad una brutta storia, e soprattutto si consegnano ad altre soggettività competenti le soluzioni.
Penso che il legislatore su questa materia possa dire una cosa importante nei giorni che mancano alla conversione del decreto-legge, e aggiungo che il legislatore dovrà assumere un impegno preciso in ordine al sistema e all'istituto della vigilanza. Penso che il legislatore dovrà assumere un altro impegno importantissimo in ordine al sistema più generale della riscossione dei tributi locali in ossequio al Titolo V della Costituzione e al federalismo fiscale. Penso che se tutte queste ultime cose sono il futuro di impegni che questa Assemblea può assumere, ciò che è più urgente è che si metta subito un punto chiaro e che gli emendamenti che noi proponiamo (convinti che sono patrimonio comune) siano assunti nelle giornate di esame del provvedimento a cominciare da domani.
Questo è il nostro agire, perché dentro questo agire si porrà poi un grande problema sociale che vorrei segnalare prima: i lavoratori e le lavoratrici di Tributi Italia Spa, che hanno svolto in questi anni non solo attività di riscossione ma anche di accertamento, sono notoriamente la parte più importante delle politiche fiscali italiane, e rispetto a questo aspetto la previsione - come abbiamo suggerito - della salvaguardia dei livelli occupazionali per quei lavoratori che sono persino esclusi dagli ammortizzatori sociali (se non quelli in deroga) è un altro punto per niente secondario tra le questioni che abbiamo proposto in VI e X Commissione e che oggi riproponiamo in Aula.
Detto ciò, Presidente, immagino di avere ancora cinque minuti di tempo, o forse di più...
PRESIDENTE. Onorevole Vico, le sono rimasti tredici minuti, ma il suo gruppo mi ha chiesto di segnalarle il quarto d'ora per vostri accordi interni.
LUDOVICO VICO. Coglierò l'occasione per affrontare una seconda questione delle problematiche che dobbiamo affrontare. Mi permetterò di rivolgere questa seconda questione al Presidente della Camera e ovviamente al Governo e ai colleghi.
Tutti noi parlamentari siamo sempre più impossibilitati ormai, da diversi mesi, a svolgere il nostro ruolo e la nostra funzione di legislatori. Non per tutte le ragioni che sono rese all'esterno dalla stampa, dai media e così via, ma siamo sempre più impossibilitati a svolgere questa funzione perché i provvedimenti non sono mai a saldo zero, come quello che stiamo esaminando. Per finanziare un provvedimento bisogna prendere le risorse da un'altra parte; è un gioco di scatole, aggiungerei «cinesi», se non fossi difensore del made in Italy.
Accanto a questo gioco delle scatole, ce ne è un altro che è più terribile e che sottopongo al Governo: non ci sono fondi per legiferare, cioè i Fondi speciali delle Tabelle A e B che sono i fondi indispensabili consegnati alla democrazia di un Paese, rappresentata da questa Assemblea e da quella del Senato, quindi dal legislatore, sono decisi dalla legge finanziaria, sia nella versione precedente che nella nuova. Quelle tabelle, titolate accantonamento per le future leggi, sono a fondo zero. In origine nel Fondo vi erano 14 milioni di euro, che il Governo ha preso. Non discuto sulla legittimità - userò questo termine con un lessico complicato - del «prendimento», voglio solo segnalare che era norma dei Governi italiani destinare alle Tabella A e B, o perlomeno alla A, cifre che non fossero inferiori ad 1 miliardo di euro, perché sono l'accantonamento per le leggi future italiane.
Un parlamentare, come ognuno di noi, che si reca alla Ragioneria si sente dire: fondo incapiente. Allora i soldi dove sono? Non si dice che non ci sono, si dice fondi incapienti. Siamo consapevoli della situazione della crisi e non è questa la discussione politica da svolgere. Il punto è un altro: il Parlamento non ha un euro a disposizione, mentre il Governo ha prelevato i pochi e «maledetti» euro della Tabella A. Così pochi ne ha previsti il Ministro Tremonti da non poter competere con il precedente Governo Prodi, che ne aveva previsti un miliardo 200 milioni e il penultimo Governo Berlusconi che ne aveva previsti un miliardo, non più tardi del 2005.
Allora, il Parlamento non ha i soldi per fare le leggi, ma i soldi per fare le leggi li ha il Governo. Qui vi è qualcosa che non funziona: il Governo ha i soldi dei «fondoni» (che sono i tre fondi ex FAS, così ci capiamo da dove sono stati presi), i soldi dello scudo fiscale, i soldi per i grandi eventi, i soldi del FISPE (che è il Fondo per interventi strutturali di politica economica) e il legislatore italiano ha zero euro. Questo Parlamento rischia di limitarsi a fare le mozioni, a votare sui decreti-legge per chi ha i soldi, con l'eventuale bontà che si possa prendere qualcosa dai «fondoni», dallo scudo fiscale, dal FISPE, se non dai conti dormienti - come è accaduto - o da impegnative su lotta all'evasione fiscale e così via. Il Parlamento è svuotato.
Il Parlamento rischierà settimane di discussioni senza legiferare mai se non solo per convertire decreti-legge. Questo, signor Presidente della Camera, non va bene. Questo è un punto che va affrontato poiché è un problema che concerne le prerogative del Parlamento italiano, del legislatore italiano: lo sottopongo a lei come informativa, lo segnalo al Governo perché convinto che gli altri colleghi su questo abbiano e abbiamo comunemente identità comuni (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).







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