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Bocciata in aula la nostra mozione sull'immigrazione e il lavoro nero
12 aprile 2010

Mozione di Livia Turco e altri 8 aprile 2010. INIZIATIVE IN MATERIA DI POLITICHE MIGRATORIE E DI INTEGRAZIONE, NONCHÉ PER IL CONTRASTO AL LAVORO IRREGOLARE




La Camera,





premesso che:





i fatti di Rosarno hanno evidenziato





l'esistenza nel nostro Paese di sacche





di sfruttamento del lavoro e di situazioni





di pesante degrado umano e sociale che





non possono in alcun modo essere tollerate;





tali situazioni sono connesse, da un





lato, alla presenza di una feroce criminalità





che controlla il territorio e, dall'altra,





alla diffusione del lavoro nero che interessa





prevalentemente le regioni meridionali,





ma che coinvolge l'insieme del nostro





Paese;





lo sfruttamento del lavoro nero





colpisce in modo particolare le persone





più vulnerabili e fragili, tra queste gli





immigrati privi del permesso di soggiorno.





Essi sono tenuti in condizioni di irregolarità





dai loro sfruttatori per procrastinare





ed accentuare la vulnerabilità e la debolezza





sociale e far apparire senza alternative





la condizione di sfruttamento;





il lavoro nero è l'area in cui maggiore





è la competizione tra gli immigrati





ed i lavoratori italiani, perché lo sfruttamento





degli uni abbassa le tutele degli altri
e questo





ozioni






La Camera,






premesso che:






i fatti di Rosarno hanno evidenziato






l'esistenza nel nostro Paese di sacche






di sfruttamento del lavoro e di situazioni






di pesante degrado umano e sociale che






non possono in alcun modo essere tollerate;






tali situazioni sono connesse, da un






lato, alla presenza di una feroce criminalità






che controlla il territorio e, dall'altra,






alla diffusione del lavoro nero che interessa






prevalentemente le regioni meridionali,






ma che coinvolge l'insieme del nostro






Paese;






lo sfruttamento del lavoro nero






colpisce in modo particolare le persone






più vulnerabili e fragili, tra queste gli






immigrati privi del permesso di soggiorno.






Essi sono tenuti in condizioni di irregolarità






dai loro sfruttatori per procrastinare






ed accentuare la vulnerabilità e la debolezza






sociale e far apparire senza alternative






la condizione di sfruttamento;






il lavoro nero è l'area in cui maggiore






è la competizione tra gli immigrati






ed i lavoratori italiani, perché lo sfruttamento






degli uni abbassa le tutele degli altri






e questo è tanto più vero nel settore






agricolo, dove un lavoratore su dieci è






straniero e dove al Sud solo un terzo è






regolare, con situazioni di sfruttamento






gestite da un caporalato molto spesso sotto






il controllo della criminalità organizzata (i






lavoratori extracomunitari nel settore agricolo






sono circa 75 mila, contando i 64






mila contratti a tempo determinato e gli






11 mila stagionali. Altri 15 mila lavoratori






sono a tempo indeterminato. In tutto 90






mila braccianti immigrati, che però superano






i 150/200 mila, se si considerano






anche i lavoratori stranieri neocomunitari,






come i rumeni o i polacchi);






il Governo vanta la riduzione degli






sbarchi via mare, ma tace sui settecentomila






immigrati irregolari presenti in Italia,






che, a parere dei firmatari del presente






atto di indirizzo, sono conseguenza della






cosiddetta « legge Bossi-Fini » e delle politiche






governative di chiusura degli ingressi






regolari per lavoro. I lunghi e farraginosi






meccanismi dell'ingresso per lavoro






(mediante la cosiddetta chiamata nominativa






o numerica di uno straniero






sconosciuto residente all'estero), la brevità






della durata dei permessi di soggiorno, la






macchinosità e i tempi lunghi del loro





rinnovo sono tutti fattori che rendono alta




la probabilità che un lavoratore regolare



diventi irregolare suo malgrado. Il Governo,


inoltre, ha previsto un solo decreto

flussi per lavoro stagionale, non ha pre-






sentato il documento triennale sulle politiche






migratorie previsto dall'articolo 3 del






decreto legislativo n. 286 del 1998 ed ha






cancellato il fondo per le politiche di






integrazione. A ciò si aggiunga il rallentamento






della lotta all'evasione, all'economia






sommersa e al lavoro nero. Più ampia






è l'economia sommersa, più alta è la






domanda di lavoro irregolare, maggiore è






la domanda di irregolari stranieri;






la direttiva 2009/52/CE del Parlamento






europeo e del Consiglio sulle sanzioni






contro i datori di lavoro e lo sfruttamento






del lavoro irregolare non è stata






ancora recepita dall'Italia, nonostante le






reiterate richieste in tal senso da parte del






gruppo del Partito democratico. E nonostante






la stessa direttiva dell'Unione europea






« rimpatri » (2008/115/CE), di per sé






già molto restrittiva, è stata recepita in






Italia unicamente per la parte relativa alla






possibilità di allungare i tempi di permanenza






nei centri di identificazione ed






espulsione, mentre è stata del tutto disattesa






- e non recepita - tutta la parte






restante, basata sull'idea dei ritorni volontari,






che potrebbe costituire una nuova






base per collegare - finalmente - politiche






dell'immigrazione e politiche della cooperazione






allo sviluppo;






così come è stata recepita ed attuata






la direttiva 2003/86/CE, relativa al






diritto di ricongiungimento familiare, essa






lede di fatto nel nostro Paese l'unità della






famiglia e la concreta possibilità per gli






immigrati di potersi ricongiungere con i






propri cari, viste le condizioni restrittive a






cui è sottoposta tale disciplina;






le condizioni sociali e di vita delle






persone sono parte integrante della legalità






e della sicurezza, pertanto l'integrazione






e l'inclusione sociale delle persone






immigrate sono un dovere di ciascuna






comunità da realizzare attraverso una collaborazione






costante tra i diversi livelli






istituzionali ed il dialogo sociale;






la realtà dell'immigrazione del nostro






Paese è un fatto positivo, strutturale






e duraturo se correttamente gestita perché






può corrispondere alle necessità della nostra






economia, delle nostre famiglie, del






nostro welfare. Se le porte fossero chiuse






all'immigrazione, la popolazione giovane






in età attiva, tra i 20 e i 40 anni, scenderebbe,






tra il 2010 e il 2030, da 15,4 a






11,3 milioni: una diminuzione di oltre 4






milioni, 200.000 unità in meno per ogni






anno;






nei nostri territori sta sempre più






crescendo un'Italia della civile convivenza.






Ne sono protagonisti gli enti locali, le






associazioni di volontariato, la Chiesa, i






sindacati, gli imprenditori e le forze economiche






e sociali, gli insegnanti, le famiglie.






Questa Italia della civile convivenza






deve essere conosciuta, valorizzata e sostenuta






nel suo impegno dalle istituzioni.






L'esempio dei successi dell'integrazione






può combattere la paura e creare legami






positivi tra italiani e immigrati;






l'integrazione è, dunque, un'interazione






tra persone di culture diverse che






hanno l'obbligo di rispettare i valori e le






regole del Paese ospitante, ma hanno anche






il dovere di arricchirli attraverso la






conoscenza reciproca e lo scambio umano






e culturale. Il patto europeo per l'immigrazione






invita gli Stati membri a « porre






in essere una politica d'integrazione armoniosa,






favorendo la partecipazione dell'immigrato






alla sfera civica, al mondo del






lavoro, all'istruzione, al dialogo interculturale






cercando di eliminare ogni diversità






di trattamento che risulti discriminatorio






per il cittadino terzo »;






al 1o gennaio 2008 i residenti stranieri






nati in Italia, la cosiddetta « seconda






generazione », sono circa 457.000 e i minori






stranieri in Italia rappresentano circa






il 22 per cento degli stranieri residenti;






sono loro a mostrarci la possibile






soluzione per una civile convivenza tra le






molteplici culture; sono loro a mostrare






una convergenza di abitudini, di costumi






con i coetanei italiani, una voglia di integrazione






con gli italiani e un'apertura





mentale che si scontra con la chiusura




della nostra società, della nostra legislazione



e, se si vuole una vera integrazione,


non si può certo trattarli come figli di un

diritto minore;






il patto europeo per l'immigrazione






del giugno 2008, sottoscritto anche dal






Governo italiano, propone una gestione






dell'immigrazione incentrata attorno agli






obiettivi della prosperità, della sicurezza e






della solidarietà. « Le migrazioni internazionali






possono rappresentare un'opportunità,






costituendo un fattore di scambio






culturale, umano, sociale ed economico. Il






potenziale dell'immigrazione può essere






considerato maggiormente positivo soltanto






con un'integrazione riuscita nelle






società dei Paesi ospitanti »,






impegna il Governo:






ad attuare tutte le misure per combattere






ogni forma di sfruttamento del






lavoro attraverso una rigorosa applicazione






della normativa vigente, in modo






particolare dell'articolo 18 del decreto legislativo






n. 286 del 1998, che prevede un






permesso di soggiorno per le persone che






denunciano i propri sfruttatori, prevedendo






anche l'introduzione nel nostro ordinamento






del reato per grave sfruttamento






del lavoro, un'autonoma fattispecie






incriminatrice del caporalato, aggravata






quando interessa minori o migranti clandestini;






ad applicare la direttiva europea del






18 giugno 2009 che impegna gli Stati






membri dell'Unione europea a sanzioni e






provvedimenti nei confronti dei datori di






lavoro che impiegano cittadini di Paesi






terzi il cui soggiorno è irregolare;






ad attivare tutti gli strumenti per






consentire un'emersione del lavoro irregolare,






con particolare attenzione al comparto






agricolo, attivando in modo continuativo






il sistema dei controlli e promuovendo






una regolarizzazione per i lavoratori






agricoli stranieri da anni presenti sul






nostro territorio che non abbiano commesso






reati;






a ridurre fino ad eliminare il lavoro






nero e sommerso, attivando canali alternativi






come la regolarizzazione ad personam






per coloro che contribuiscono all'individuazione






di fattispecie criminose legate






alla immigrazione, per coloro che compiono






atti di rilevanza sociale ed umanitaria,






per coloro che sono dimoranti nel






nostro Paese da molti anni e che abbiano






dimostrato una buona integrazione;






a ridurre i tempi per il rinnovo del






permesso di soggiorno, a prolungare la






durata del medesimo, in particolar modo






in caso di perdita del lavoro, ed a






estendere ai lavoratori immigrati gli ammortizzatori






sociali previsti per i lavoratori






italiani;






a presentare il documento triennale






sulle politiche migratorie, previsto dall'articolo






3 del decreto legislativo n. 286 del






1998, nonché a semplificare il sistema






delle quote passando dal decreto annuale,






elaborato dal Governo con vincolo amministrativo






e contenente una indicazione






rigida, ad un documento poliennale elaborato






da un'agenzia tecnica che contenga






la stima di persone immigrate ed i loro






profili professionali necessari al nostro






sistema economico e sociale;






a incentivare e a semplificare l'applicazione






dell'articolo 23 del decreto legislativo






n. 286 del 1998 relativamente alla






formazione di personale all'estero da parte






delle aziende e a introdurre lo strumento






dello sponsor per la ricerca di lavoro






attribuito a soggetti collettivi, come i sindacati,






associazioni di imprenditori e istituzioni






pubbliche;






a promuovere con le regioni, gli enti






locali, le forze economiche e sociali, il






volontariato e l'associazionismo un piano






nazionale per le politiche di integrazione e






di civile convivenza tra italiani e immigrati,






avendo come obiettivo quello di






definire una governance stabile, basata sul






metodo della concertazione tra soggetti






istituzionali e con le parti sociali, attraverso






il dialogo sociale, formulando gli






obiettivi di inclusione sociale, di crescita





interculturale e valutandone costantemente




i risultati;



ad inserire il piano nazionale nella


politica europea, che definisce l'integrazione

« la chiave » del successo dell'immi-






grazione, un processo « a doppio senso »






che deve vedere protagoniste le società






ospitanti, ma anche gli immigrati in un






percorso di adattamento reciproco fra le






due società;






a promuovere nel piano nazionale






per le politiche di integrazione e di convivenza






il rispetto dei valori costituzionali






della pari dignità delle persone, dell'eguale






rispetto di ciascuna persona, delle pari






opportunità, della non discriminazione;






a promuovere gli obiettivi della legalità






e della sicurezza, dell'investimento






nella scuola per tutti, della promozione






della famiglia, anche attraverso una politica






di promozione dei ricongiungimenti






famigliari, dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza,






della salute e del contrasto






delle malattie, della povertà e delle diseguaglianze






nella salute, del senso civico,






della partecipazione sociale e politica, dell'incontro






e del reciproco riconoscimento






tra italiani ed immigrati;






a riconoscere nel piano nazionale






alcune azioni prioritarie: contrasto del






degrado urbano e del disagio abitativo;






estensione dell'educazione e della formazione






interculturale; sostegno ai bambini e






alle famiglie per l'apprendimento della






lingua e della cultura italiana anche da






parte degli adulti; accesso ai servizi sociali






e sanitari, con particolare attenzione ai






gruppi più vulnerabili; sviluppo della figura






dei mediatori culturali, anche attraverso






l'istituzione di un albo nazionale dei






mediatori culturali e delle associazioni di






mediazione culturale; inserimento di






tempi certi per il rinnovo dei permessi di






soggiorno;






a inserire nel piano nazionale criteri






e direttive per affrontare il problema del






sovraffollamento delle carceri, per potenziare






i servizi e sostenere le associazioni e






le attività impegnate nella lotta contro la






tratta degli esseri umani, nonché per il






sostegno all'associazionismo degli immigrati






che promuovono attività sociali e di






integrazione, nonché linee guida per






l'estensione ai giovani stranieri del servizio






civile volontario;






a prevedere il finanziamento del






piano nazionale attraverso risorse certe e






sufficienti inserite in un fondo nazionale






finanziato dallo Stato, dalle regioni e dagli






enti locali.

















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