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Spunti per un nuovo welfare
17 ottobre 2006

Relazione dell'On Donata Lenzi tenuta al 4° Convegno nazionale dei Cristiano sociali Assisi, 29-30 settembre - 1 ottobre 2006 Partito dell'Ulivo. Cantiere aperto. Un nuovo soggetto per una buona politica.
"A distanza di un secolo pur nel quadro di condizioni storiche radicalmente mutate la questione sociale si ripropone in tutta la sua rilevanza".
Queste sono le prime parole del manifesto fondativo dei Cristiano Sociali del 1993. Ho voluto anch'io stare nel percorso che ha tracciato Mimmo Lucà nella sua bella relazione senza paura di peccare d'orgoglio e andare alle nostre radici, alle ragioni del nostro impegno, ragioni ancora vive e valide. Due obbiettivi ci demmo allora: la costruzione di una forza politica nuova che superasse i limiti e i muri dell'ideologie del ‘ 900 e la riaffermazione della centralità della questione sociale.
Se la soluzione del primo si profila all'orizzonte pur tra mille difficoltà, il raggiungimento del secondo è forse più lontano di allora. Questo è il tema che vorrei affrontare.
Che l' attenzione alla questione sociale e il principio dell'uguaglianza fossero in crisi è stata la grande preoccupazione degli ultimi anni di Ermanno Gorrieri. Basti ricordare la sua lezione magistrale durante la consegna della laurea honoris causa a Trento Uguaglianza una parola in disuso e l'ultimo libro che già nel titolo è una provocazione, un appello e un testamento Parti uguali fra diseguali. Aggiungo che già quel titolo dice come nella nostra visione c'è sempre stato il riconoscimento del mercato, l'accettazione della concorrenza e della meritocrazia come elemento necessario per una uguaglianza che si traduca "nella garanzia per tutti di raggiungere con le proprie forze e l'aiuto di politiche sociali una soglia minima di benessere."(Parti uguali tra diseguali di E. Gorrieri)
Mentre per noi la ragione del nostro stare a sinistra stava e sta nell'impegno per l'equità sociale, la stessa sinistra in molte sue componenti sembra oggi poterne fare a meno dimenticando la distinzione tra destra e sinistra tracciata da Norberto Bobbio, o meglio si muove pendolarmente tra la posizione che immagina l'uguaglianza come una omogeneità formale e forzata "diamo a tutti la stessa cosa " con l'inevitabile livellamento inefficiente dei servizi e soffocamento della creatività e la riduzione del problema, quando se ne occupa, ad una non definita "opportunità" al di fuori da ogni sfera redistributiva e volontà di incidere sulle cause che determinano gravi disuguaglianze.
Parlo di opzioni culturali, perché dal lato del governo qualcosa si muove, la finanziaria è impostata nel senso di una maggior attenzione alla redistribuzione (anche se nell'esame tecnico più di un dubbio emerge) e la proposta sugli assegni famigliari accoglie le nostre sollecitazioni di questi anni. Come ha ricordato Franceschini non abbiamo lavorato invano e risultati di contaminazione culturale si vedono anche nell'ambito di un maggior riconoscimento del terzo settore. (ricordo che nel 1991 il Pci non votò la legge sul volontariato!)
Sottolineo comunque che il nostro ruolo di ponte è duplice, esemplifico: da un alto far capire che la famiglia è una delle dimensioni principali della nostra vita, dall'altra, ai credenti, che gli affetti e le relazioni, la genitorialità, ci sono e sono meritevoli di tutela anche senza un certificato di matrimonio.
Ma gli ultimi anni hanno visto il governo della destra. Sono stati anni particolarmente duri per il welfare locale. Di fronte all'aumentare esponenziale dei bisogni abbiamo visto tagli alle spese, il ricorso più frequente a forme estemporanee di esternalizazzione e spesso lo scaricare sul volontariato parti di servizi. Associazionismo e volontariato chiamati a ruoli di supplenza sono stati poi lasciati in assoluta solitudine. Abbiamo constatato l'uso distorto dell'ISEE (indicatore di situazione economica) usato come barriera di accesso piuttosto che come indicatore utile a definire la contribuzione; siamo scivolati cioè in modo non consapevole verso un welfare locale residuale. Anzi forse potremmo dire che in realtà noi siamo di fronte a un welfare emergenziale dove il pubblico concentra la sua attenzione alla gestione della crisi: riempie la pancia, ma non insegna a pescare e tanto meno cura le relazioni e gli affetti che sono il vero grande malato.
Ma la questione sociale non ha gli stessi termini, gli stessi numeri, gli stessi bisogni di dieci anni fa.
Avanzano in modo drammatico tutti i problemi connessi all' emigrazione di cui ci ha parlato Marcella Lucidi; aumentano le situazioni di disabilità gravi, la medicina ci fa vivere, ma a volte solo sopravvivere di più; sono impressionanti i numeri dei disturbi della sfera psichica e relazionale (OMS parla di 1 su 5) tipici del mondo occidentale, mentre la precarizazzione del lavoro aumenta con tutto ciò che questo comporta, ci sono più poveri e molti più bambini sono poveri.
Problemi vecchi con aspetti nuovi si aggiungono a problemi nuovi ma tutti con una sola madre: il lato oscuro della globalizzazione.
Spero non troviate troppo di sinistra citare Bauman "la globalizzazione è il risultato della battaglia del capitale per rendersi indipendente dallo spazio e inafferrabile dalla politica". (questa sì che è una sovrastruttura!)
Ecco io non riesco a pensare ad una politica sociale che non parta da qui, dagli aspetti della globalizzazione o meglio io non riesco a pensare ad una politica che non parta da qui, la globalizzazione è l'oggi e il domani e il dopo domani è già troppo lontano. E' di fronte a questa serie di problemi straordinari e complessi: il tempo, lo spazio, le merci e gli uomini che si muovono, il denaro e la finanza senza confini, che vedo tutti i limiti delle nostre culture politiche del novecento, utili, sì ancora utili, sul piano dei principi, sale e lievito per il pensiero di oggi, ma insufficienti. Eppure ad esse rimaniamo tenacemente attaccati per la stessa tentazione identitaria a cui la globalizzazione ci condanna.
Cosa può esserci utile dell'elaborazione culturale delle nostre famiglie politiche per una politica sociale dell'oggi? Cosa del bagaglio culturale del cattolicesimo democratico e sociale? Cosa della dottrina sociale della Chiesa? Cosa della ramificate famiglie del socialismo europeo? (riprendendo il bel dibattito estivo su Repubblica ).
Intanto abbiamo gli strumenti per capire che così non va (non è affatto una cosa da poco), ma provo a indicare alcuni spunti senza nessuna pretesa di indicare soluzioni. La persona non è un mezzo non è merce. Nelle componenti più propositive del mondo no global si afferma la necessità di individuare una categoria di beni "fuori mercato" per dire che pur suscettibili di valutazione economica essi non possono essere oggetto di mercato. Ve ne propongo alcuni: l'acqua; ciò che ha che fare con la persona umana: il sangue e gli organi; ciò che ha che fare con la vita: il dna di animali e piante, il dna dell'uomo; l'embrione; ciò che a che fare con la libertà individuale: le nostre opinioni, la corrispondenza, la libertà di movimento. Se mettiamo al centro la persona umana e la sua dignità dovremo scrivere nuovi limiti all'espansione del mercato.
Siamo in ritardo. Tutti questi beni in una qualche parte del mondo sono già oggetto di scambio.
La conseguenza prima della globalizzazione quindi è che non possiamo pensare ad una soluzione solo italiana. Non è possibile. (Sinceramente non mi appassiona neanche il PSE ma certo abbiamo bisogno di forze politiche almeno europee ).
E l'apertura al mercato globale dei servizi pubblici come sanità e scuola, siamo in grado di fermarla o in base a quali valori e quindi con quali limiti l'affrontiamo?
La dimensione mercantile pervade tutto: le cose, i servizi, le relazioni, la scuola, la salute, gli affetti tutto ha un prezzo, tutto si traduce in numero. Il mercato trova nell'individualismo egoista la sponda culturale opportunamente coltivata e allevata fin da bambini nella spinta ai consumi, e progressivamente il rapporto si riduce a due: l'individuo e il mercato senza più nulla in mezzo. In quel mezzo c'è l'altro da sè, i parenti, gli amici, in quel mezzo c'è lo stare insieme agli altri, il fare insieme una infinità di cose come scambiarsi informazioni, condividere opinioni, organizzare gli acquisti, organizzarsi per tutelare il proprio lavoro, lavorare per uno scopo condiviso. In quel mezzo c'è il sindacato, c'è l'associazione, c'è la cooperativa c'è la politica c'è la comunità. Il riconoscimento di quell'area di mezzo implica l'applicazione del principio della sussidiarietà orizzontale, e nel riconoscimento dell'altro la necessità della solidarietà. Certo la solidarietà oggi si esplica anche affrontando i problemi del sud del mondo, favorendo il commercio equo e solidale, la lotta all'aids, il lavoro delle ONG. Mi interessa però sottolineare come quanto detto incida su un nuovo welfare. Il nostro sistema di tutele sociali è nato dal mondo del lavoro, è la trasformazione in servizi pubblici dell'originaria mutualità come rete di protezione dalla malattia e dalla vecchiaia ed in gran parte ancora oggi finanziata dai contributi dei lavoratori. I suoi tre pilastri: istruzione, sanità e previdenza sono ancora più necessari e sarebbe urgente aprire un confronto ampio sulla loro sostenibilità e i cambiamenti necessari. Se come ricordavo all'inizio per noi l'uguaglianza è un valore attuale e la lotta alle disuguaglianze è possibile, l'esistenza di una sistema che dia opportunità (l'istruzione) e ci tuteli a fronte della malattia e della vecchiaia, della perdita del lavoro, è ancora responsabilità pubblica anche se il finanziamento e la gestione inevitabilmente devono essere riaggiornati. (avete notato che nei paesi dove non c'è un welfare pubblico le ideologie più radicali passano anche attraverso la costruzione di sistemi autonomi di protezione sociale?)
Quello che voglio sottolineare è che dobbiamo concretizzare l'obiettivo del welfare di comunità che ci eravamo dati con la legge 328, traducendolo in un welfare a sostegno delle relazioni umane, come tessuto connettivo minimo della indispensabile coesione sociale o l'alternativa sarà il muro, sarà la paura, sarà la sicurezza che riduce spazi alla libertà. Un welfare che da' sostegno alla famiglia, alla piccola e alla grande associazione, ma anche che privilegia la continuità della relazione terapeutica, nel quale il posto di lavoro dell'assistente sociale è stabile e la maestra nella scuola in montagna non cambia tutti gli anni. Sussidiarietà quindi, non come risparmio o come alleggerimento dello stato, ma come strumento utile alla costruzione della coesione sociale, con attenzioni nuove e con una revisione seria della normativa.
Ad esempio le gare d'appalto sono uno strumento del mercato non della sussidiarietà. Eppure le abbiamo usato per appaltare servizi sociali e sanitari. (ho visto gare dove il bando prevedeva anche le ore di volontariato! ). E con attenzione ad un nuovo equilibrio tra sussidiarietà, diritti individuali e bene comune. Penso al pericolo di favorire l'espansione di enclave chiuse su base etnica o religiosa dove i diritti del singolo sono sacrificati e la coesione sociale è messa in crisi dal mancato riconoscimento di una base valoriale comune tra chi vive fianco a fianco. La grande questione illustrata da Amartya Sen nel suo ultimo libro Identità e violenza e che il governo con il Ministro degli interni è chiamato oggi ad affrontare nel vuoto del dibattito culturale.
Non demonizzo il mercato e la globalizzazione, ne vedo gli effetti e cerco risposte. L'impresa mi sembra richieda coraggio, capacità, il contributo di idee di molti. Un impresa grande che attende necessariamente un grande partito nuovo.





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